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Rammento

Ho dovuto rovistare a lungo tra le mie memorie per poter ripescare l’immagine di un posto che da piccola amavo con panismo. Lì per lì ho scorto solo immagini sfocate, consumate dal tempo ed impolverate dalla nostalgia, ma poi, lentamente, i contorni di quell’affettuoso rammento hanno cominciato da sé a definirsi e prendere forma: i cani, le gazze, gli alberi, il fruscio delle foglie scosse dalla tramontana.

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Isabelle Dupuy, Avenue of plane trees

Rivedo i grandi capannoni, gli innumerevoli campi coltivati, l’aiuola che cingeva la casa della zia. E mentre lei e la nonna passeggiavano, io, dinanzi a loro, correvo a perdifiato
verso lo stretto viale fiancheggiato dai giganteschi eucalipti, dalle piante di frutti selvatici e dagli anonimi fiori selvaggi – che ogni volta raccoglievo per fare attentamente “m’ama o non m’ama?”.

 

Entusiasta, immaginavo di stare lì, sull’aereo che osservavo volarmi sulla testa, per poter contemplare dall’alto il mondo nella sua incredibile piccolezza, per poter palpare la dolce e cremosa morbidezza delle nuvole – che mi sarebbero scorse sotto al naso come un torrente – e poter sfiorare l’innocuo e pallido cerchio del sole. Appena ne adocchiavo uno, destavo la mia corsa ed affannosamente gridavo un saluto, col pretesto che mi sentisse e si accorgesse della mia silenziosa presenza, mentre dimenavo le mani ed allargavo le labbra in un sorriso di stupore.

Ricordo qualche vecchia masseria diroccata e divorata dalla muffa, dal muschio e dai rovi, i bianchi sentieri sterrati su cui ogni tanto si scorgeva passare qualcuno su un gran cavallo.

Poi c’era un’altura, quell’amata altura adombrata da un’immensa pineta. Mi sedevo sulle rocce e, assente, fingevo di ascoltare i complessi discorsi di nonna e zia. Spezzavo un filo d’erba, strappavo un fine ramoscello o coglievo una pigna, per poterci giocherellare, smarrita tra le mie impavide fantasie, tra castelli irraggiungibili, sovrani egoisti, eroici giullari e principesse ribelli ma offese nella loro irrimediabile privazione d’amore.

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Laura Suarez, Infinito nel bosco

Alzavo lo sguardo al cielo e mi incantavo a guardare le cime dei pini e dei cipressi che si perdevano in esso. Rimanevo così per un po’, mentre mi gustavo il sole che mi bruciava le gote e la sua luce che tinteggiava di rosso il buio degli occhi chiusi.

Una pozzanghera di fango schizzava e mi sporcava le mani, una farfalla aleggiava tra le alte sterpaglie, l’aria fresca stuzzicava la pelle, l’irresistibile profumo di campagna invadeva le narici annegandomi l’anima.

E quando calava la sera, io, dalla veranda di casa,mi stringevo nelle braccia della nonna, temendo che qualche mostro oscuro mi sarebbe venuto a rapire: la luna piena e le stelle versavano sulla pineta un incerto bagliore, inquietante, facendola apparire minacciosa ed incombente, covo sicuro di qual certi Signori delle Tenebre.

Non penso che ora lì sia cambiato qualcosa. Dovessi tornarci di nuovo, il tempo svanirebbe, e di esso non rimarrebbe che una foglia rossastra travolta dal vento.

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Al manicomio delle anime randagie

Ci son Dannati che han vissuto
l’inferno della vita
nel manicomio
delle anime randagie
là dove il proprio bene tornava il più perfido male
Nel manicomio velavi di dolore
e vergogna il volto
lo buttavi a terra
come per pescarvi e pestarvi
l’ingrata ignoranza di Dio
nel manicomio il corpo esalava
e l’anima si intricava
ai troppo lisci piedi dell’attimo
passato. Il manicomio
spagliava quell’anime astratte
e di tutto rimaneva un niente
lordo sprecato indecente
Il cielo si sfilacciava
La terra si ammorbidiva
in un’oscena fanghiglia
Il manicomio moriva, e ciò che restava
della tua digià scarsa anima
scemava, e un’odiosa improvvisa
nostalgia d’amore
veniva a macerarti
La vita stava a una scarna memoria
Il Manicomio tremava
E tu ti trovavi sterile
di manti a scaldarlo
(Componimento come di risposta a “Laggiù dove morivano  i dannati” di Alda Merini)
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quasi pronta !

Dai che domani è Venerdì!!!

V E N E R D I ‘

me l’hanno detto tutti stamattina, tieni duro che domani è venerdì! Resisti che domani è venerdì! Sanno che poche volte all’anno i miei venerdì sono così carichi di aspettative.

Eh sì, perchè finalmente finisce la settimana, finalmente cominciano le ferie, finalmente farò le valigie, finalmente ritroverò la mia famiglia, finalmente mamma si sfogherà in cucina e cercherà di farmi prendere quei 10/15 kg che secondo lei mancano sul mio corpicino, finalmente rivedrò il mio amato mare.

Tanti finalmente che si sono accumulati nel corso dei mesi e tra pochi giorni troveranno il giusto sfogo.

Le vacanze in agosto sono spesso più faticose del lavoro (se see, come no!) ma faccio volentieri il sacrificio. Preparo quattro cose e scappo.

Buone ferie a tutti

M.

 

 

 

 

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Un poco più felice

Mugolava la città ai piedi del balcone: sfrecciavano le auto, sgusciavano via le ombre, come intimidite. Nel buio, Petru accese la sigaretta. Ne inspirò profondamente l’essenza: non ne poteva più.

Da giorni, futili ed irritanti lamentele continuavano a sterrargli i timpani. Non c’era una sola mezza anima che potesse apprezzare la propria quotidianità, ben più ricca di quanto potesse anche solo pallidamente apparire. Tutti erano intorpiditi, rattrappiti in un’incoscienza che impediva loro di accorgersi di quanta ricchezza – benché semplice ricchezza – riverberasse attorno. Ad esempio Aurelia, che in ufficio investiva il suo tempo andando a spiare su Facebook quelli che ci pubblicavano i propri affaracci, e non faceva altro che borbottare come una pentola a pressione. Aure’, ma tu lo sai che, se su Facebook non ci vai, puoi anche provare sollievo? Hai uno straccio di lavoro, con uno straccio di marito che ti vuole sinceramente bene, cazzo, e goditeli!

Oppure Emil, che mugugnava perché non sapeva dove andare a divertirsi la sera, sostenendo che quel paese era una topaia e che in altre parti è diverso. Emil, ma hai visto che ci arriva il mare, qui? Ti pare poco? Pensa che in altre parti è pure peggio di qui, quindi sta’ un po’ zitto, per piacere. E poi, ogni volta la stessa identica domanda: «Pe’, ma quando ti compri uno smartphone?». Ed ogni volta la stessa identica risposta: «Quando potrò permettermi quest’acquisto fondamentale.» E sempre ogni benedetta volta avrebbe voluto prenderlo a sganassoni. Idiota.

O ancora Andrei, che non faceva che ridire su sua madre. «Tienitela, è buona così com’è.» gli aveva – finalmente – sbottato l’ultima volta. E Andrei, abbassando lo sguardo, si era – finalmente – ammutolito. Perché tu, Andrei, almeno, una madre ce l’hai.

Che coglione, pensò. Coglione Andrei e tutti gli altri. Ma cosa poteva mai sbattersene lui dell’ignoranza dei facebookiani, o di uno smartphone, o della sua cara mamma? A lui sarebbe bastato sapere che quel bastardo di Nistor fosse finalmente in un campo santo. E Cara ancora qui. A preparargli la negresa. Col gatto accoccolato, poi, sul suo grembo. Davanti al camino acceso.

Avrebbe voluto – e dovuto – mettergli le mani addosso, quel giorno, spaccargli la faccia fino a lasciarlo secco, dissanguato. Quel giorno in cui fu in grado di ridurre in brandelli la vita di sua sorella, Petru si trovava a mettere su il muro di una casa di un paese davvero lontano, troppo lontano. Rispondendo a quella chiamata, pur correndo come un pazzo per strada, ci aveva messo più di un’oretta buona ad arrivare. Le forze dell’ordine erano state celeri e l’avevano sbattuto al fresco prima che lui potesse anche solo alzargli una falange. Ancora il senso di colpa lo corrodeva: fosse stato lì, quel giorno di merda, magari sarebbe riuscito a salvarla.

A lui, quel Nistor aveva fatto una pessima impressione sin da subito. «Non mi piace» aveva commentato davanti a Cara quando quella melma, dopo esser stata presentata, se ne era andata. «Tu non capisci» e aveva girato i tacchi, sbattendo la porta. Più volte aveva provato a metterla in guardia, ma nulla. Più volte erano scoppiate invano scintille, ma Cara ne era stramaledettamente ipnotizzata. Ed ora, ora, di Cara non gli restava che un fagotto. Un cartoccio di vita che, ignaro di tutto, da pochi mesi proseguiva solerte la propria mera sopravvivenza in un’incubatrice, senza particolari squilibri. «Katherine, si chiama Katherine» aveva detto agli infermieri arrivando, tutto trafelato e fradicio di sudore. Perché Katherine significa pura: ciò che era lei in questo sordido covo di vermi. Così innocente e già così provata… Con te sarà diverso, Katherine: ti veglierò ogni minuto. Non sarai mai sola. Te lo prometto.

Petru sputò a terra la cicca. Domani le avrebbe portato dei fiori. Erano tutti incapaci di amare la bellezza di cui disponevano. Erano tutti incapaci anche solo di intravederla, quest’autentica bellezza, e non facevano altro che pretendere un meglio che in realtà non aveva motivo ad esserci, strizzando sempre il più blando dei motivi per lamentarsi ed esser scontenti, senza degnarsi di avere l’umiltà di accontentarsi e portare rispetto alla reale sofferenza altrui. Dovevano tacere. E trovare il bello da sé, perché il brutto arriva da solo: lui stringeva una ragione in tasca per la quale poteva ancora concedersi di tornare ad essere un poco più felice.

Pubblicato in: Pensieri, Piccolezze, Poesie

Al Mare

Poetiche descrizioni su colori striscianti
Ho il cuore avvolto in un manto di nebbia
Fa silenzio, la spiaggia, solo le onde mormorano
È la mia mestizia
Un pianto che scende e che inonda
questo cielo sempre stato di carta
La carne è frale, e questo cielo è carne – quella della mia alma
Tra un poco l’ombra mi lambirà – ma la verità è che già mi ha deglutita

Sono venuta al mare, oggi. Eccomi qui. Lo contemplo. È bello. Odora di qualcosa di meraviglioso, che non è salsedine, no, è qualcosa che è storia, dolore, malinconia, tristezza, bellezza. Preserva qualcosa, in sé, questo lago di fruscio, tace una verità, o una bugia. Chissà. Un qualcosa di inconfessabile. Un pianto. Probabilmente il mio. Raccoglie le anime e le storie, e le intride di sé, il Mare,
cancellandole.
Per questo fa gola ad ogni Artista, il Mare. Perché è diabolicamente ammaliante, di un fascino avvincente e sconvolgente tanto da essere impenetrabile. Ti lascia scivolare nel suo grembo, con spietata dolcezza, piano, senza incrinare o sporcare la sua bellezza. E finisce così. Ti finisce così. Il Mare è inizio e fine di te. Tu lo cerchi ovunque, perché cerchi te. Hai bisogno di un senso, di un significato qualsiasi che riempia il vuoto – quello che irrimediabilmente hai.

Immagine
Son venuta al mare, qui, oggi. È una bella creatura. La più bella. Il vento sciacqua le mie chiome ribelli. La solitudine mi ammanta. Come la nebbia le braccia cadenti di quelle colline là in fondo.

Cos’è la Vita, oh Mare? La domanda? La risposta? Tu lo sai: tu lo sei.
Sei maledettamente bello, Mare. Tu non cerchi un senso, tu ti limiti ad esistere, estate od inverno, sempre e comunque, sempre così, e stai bene, non soffri, non piangi. Sei tutto e niente. Cerco di capire te perché cerco di capire me. Il senso che non c’è.
Un gabbiano ti sfiora mentre un dolore mi logora

Se qualcuno mi chiedesse “Cosa vuoi fare da grande?”, “Il Mare” risponderei. Perché il Mare non ha la fatica di essere. È, e basta.
Voglio essere mare. Perché non voglio essere.

Io scrivo d’estate. D’estate il Mare mi strascica nel suo ventre abissale e mozzafiato. Senza dire una parola. Perché scrivere, o fare Arte, è come amarsi: godi. Lentamente. Un piacere pesante, atroce. Perché quel piacere non è che uno sprofondare nel tuo stesso dolore.

Pubblicato in: Piccolezze

il caldo, il lavoro, la vita

Oggi mi ha chiamata un’amica.

Prima mi ha scritto un messaggio: “come stai? posso chiamarti?”

La chiamo io, è una cara amica, ci conosciamo ormai da dodici anni, abbiamo lavorato insieme, ci siamo divertite insieme, ci siamo aiutate durante le difficoltà…

Anche lei vive lontano dalla sua famiglia d’origine e in un certo periodo ci siamo sostenute come sorelle, anche solo al telefono, anche solo con un semplice messaggio… “come va?” solo quello, per dirci che c’eravamo, che se serviva eravamo pronte l’una per l’altra a darsi una mano.

Le nostre vite finora hanno viaggiato quasi in parallelo, un lavoro nella stessa azienda, un matrimonio difficile con una separazione dolorosa, un nuovo amore, una nuova casa, tutto in tempi più o meno vicini…. è un’amicizia sincera, ci diciamo tranquillamente quello che pensiamo, che sia affetto o un rimprovero, come è giusto e come deve essere.

Stamattina ci siamo sentite, era un mesetto che non avevamo contatti.

L’ho chiamata, e lei mi ha semplicemente detto che aveva una bella notizia…. ho capito subito: aspetta un bimbo! Che gioia!

Si perchè la nostra vita va in parallelo anche su questo fronte, il desiderio di un figlio che non arriva mai a compimento, visite, esami e speranze, anche queste condivise da tanto tempo. E finalmente lei ce l’ha fatta! Tra qualche mese il mondo avrà una nuova mamma. Io sono già zia ad honorem, autonominata senza possibilità di replica.

Ma non sono riuscita a trattenermi al telefono, ho pianto, non apertamente, sono i suoi giorni di felicità e deve goderseli tutti. Ma si sentiva che piangevo.

Abbiamo chiuso la telefonata con la promessa di vederci presto e dopo pochi secondi arriva un suo messaggio: “mi dispiace”. Ecco, questa è l’amicizia più vera che potessi sperare, nessun’altro si sarebbe dispiaciuto per la propria felicità.

E’ questo che mi aiuta, nonostante il caldo insopportabile, nonostante il lavoro che per le prossime due settimane mi soffocherà, nonostante il resto della vita che mi affanna, qualcosa c’è…. ogni tanto trovi un angelo che ti fa vedere l’amore più sincero, e basta questo per andare avanti, per tanti altri passi…

M.