Pubblicato in: Pensieri, Poesie, Racconti

Passero

Il cortile era immerso nell’ombra del tramonto. Oltre il muretto, una luce calda dilagava tra le campagne selvagge. Dalla finestra del primo piano, si spense una luce, dopodiché si richiuse il cancello e l’ultima macchina rimasta se ne andò via.

Si guardò attorno circospetto: non un’anima distorceva quel silenzio regale. Decise di svolazzare sul davanzale di quella finestra e appollaiarcisi. Finalmente, era calata la tranquillità del crepuscolo. Adorava questo momento della giornata.

Andandosene via dal suo nido, quella scuola era ciò che di più confortevole avesse individuato. Era solo, non aveva nessun altro all’infuori di quelle presenze umane, che venivano ad animare quello sprazzo di ciò che lui considerava il proprio paradiso. Da tempo cercava di convincersi che così stava bene e da solo si bastava, tanto c’erano gli esseri umani a stemperare la pesantezza della propria solitudine. Si sentiva ormai parte di loro e della loro comunità. Gli esseri umani… Sua madre si raccomandava di stare alla larga da quei mostri. Lui si era fidato delle sue apprensioni finché non si era insediato là: aveva appurato che in fondo non erano brutte creature. Se ne stavano là, nella bolla della loro quotidianità, e non davano fastidio per quanto rumorosi fossero. Alle volte gli lasciavano anche pezzi di pane e lui gliene era più che grato. Non capiva tuttora la diffidenza di sua madre. E vederli dall’alto sicuramente lo aiutava a non averne paura, o comunque a sfatare il mito della loro pericolosità: li poteva vedere piccoli, contratti nella loro innocenza e beatitudine. Gli parevano esseri nobili e si stupiva della loro intelligenza. Non erano come i cani che gli abbaiavano appresso, o i gatti che cercavano di acciuffarlo a tutti i costi.

Comunque, non riusciva ad illudersi per quanto si sforzasse: in fondo, non era felice. E lo sapeva. Gli mancava qualcosa, qualcuno. E siccome la freddezza e la distanza erano il guscio senza il quale la sua tenerezza si sarebbe spappolata e liquefatta, in cuor suo sperava che un giorno un altro suo simile, passando di lì, si sarebbe accorto di lui.

D’un tratto, un improvviso ticchettio lo strappò dai suoi pensieri. Non ci badò e continuò a sonnecchiare.

Lo udì nuovamente. Aguzzò l’udito. E poté sentirlo ancora, e ancora. Era ovattato e proveniva dalle sue spalle. Strizzò gli occhi e si voltò.

Rimase incredulo: nella stanza, un suo simile si dimenava, sbattendo penosamente contro il vetro della finestra. E la cosa era del tutto surreale, perché era un passero con forme e colori diversi dai suoi, mai visti. Era bianco, adombrato da simboli scuri, neri, che si ripetevano a intervalli regolari. Non aveva volume. Le sue forme erano regolari, geometriche, squadrate. Spigolose, come il suo carattere. E soprattutto non aveva occhi. Carta, aveva imparato dagli umani. Un passerotto di carta. Che tentava di evadere. Era pazzesco.

«Mi guardi senza muovere una piuma?! Aiutami!» lo sorprese nella sua meraviglia. Si sentì impacciato, si scosse un poco riprendendosi. Il suo cervello elaborò in pochi secondi una soluzione: conosceva quel posto come le sue ali.

«Sì!» ora era in sé. Fece il giro dell’edificio, arrivò ad una finestra posta in alto. Veniva sempre lasciata semiaperta. Da lì lui riusciva a infiltrarsi tranquillamente, era solito farlo nelle giornate di pioggia. Scivolò dentro come una goccia d’acqua, volò sulle scale e raggiunse la stanza.

Il passerotto di carta lo attendeva sul davanzale. Era accovacciato come lo era stato lui fino a poco fa. Aveva il fiatone. Ed era stupendo.

«Dobbiamo muoverci.» sentenziò. E furono nuovamente fuori, nel cortile. Lui si diresse verso il pino, ma il suo nuovo amico non lo seguì: continuò a proseguire in cielo. Si rattristò: non voleva tornare solo proprio adesso che finalmente aveva conosciuto qualcuno con cui rendere più appetibile la propria vacua e monotona esistenza. Ma nemmeno voleva lasciare quel posto che adorava. Allora scelse di andare appresso all’amico per persuaderlo a restare.

Era incredibile la sua velocità di volo, non riusciva a stargli al fianco ed era costretto ad arrancargli di dietro.

«Non torni?»

«No.»

«Voli proprio via?»

«Per forza!»

«Perché?»

«Zitto e sbatti quelle ali!»

Offeso dai suoi modi bruschi e stregato dalla sua maestosità, obbedì.

Raggiunsero una pineta, atterrarono sul ramo di un eucalipto. A dir la verità, era inebriante l’odore di mare e di arbusti, e il fruscio del vento, e i mugolii degli altri animali. Il bagliore della luna era smagliante.

«Là non ti piaceva?»

«Là ci sono gli umani.»

«Qua ci sono gli animali.»

«Mi prendi in giro?»

«Per carità.»

«Stupido! Vorrei essere un umano per ferirti, ecco!»

«Ma gli umani mica feriscono.»

«No, accarezzano!»

«Ma cosa ne sai, tu? Sei fuggito da loro senza nemmeno darti il tempo di conoscerli.»

«Forse, se son fuggita, un motivo c’è stato!»

«Posso sapere quale?»

«Io son stata creata dagli umani stessi. Sono stata plasmata raccogliendo giorno per giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, la loro perfidia ed il loro dolore. Non sono creature felici. Sono sole e fragili, quindi sono megalomani e superbe. Se non me ne fossi andata via, mi avrebbero straziata.»

«Io, fossi in te, non ne sarei così certo. Non hanno mai fatto nulla di male.»

«Sol perché ne sei rimasto illeso tu, non significa che effettivamente non lo siano.»

«Mi cedevano il loro cibo.»

«Ti buttavano i loro scarti.»

Gli riecheggiava in mente la voce di sua madre, carica di affetto e preoccupazione. Cominciava a girargli la testa. Si stava pentendo di aver seguito quell’individuo fin qui. Voleva tornare a casa.

«Gli umani imbracciano il fucile e ti vengono a dare la caccia. E giusto per il gusto di farlo. Così con te e coi loro stessi simili. Credi che siano più forti, più brillanti e sensibili di chiunque, ma ti sbagli.»

Si sentiva tradito da un essere che aveva amato sin da subito e offeso per degli esseri che amava da sempre. Un senso di disgusto aveva screpolato lo stupore iniziale, dandogli la nausea. Voleva andar via.

«Sono contraddistinti da una bontà che tanti altri animali non hanno.»

«Anche gli altri animali ce l’hanno.»

«Ho visto umani accorrere altri umani feriti.»

«Anche una tigre si ferma a lappare le ferite di un’altra tigre trovandola ferita sul proprio cammino. Gli umani non son per niente diversi da tutti gli altri. Son solo più superbi ed infidi.»

«Non è vero.» sibilò. «Gli umani crescono con affetto i canarini!»

«Li crescono in gabbia

La repulsione crebbe in lui. Era una cosa inammissibile, che nemmeno il concetto di affetto poteva giustificare. Soprattutto per lui, che aveva liberamente scelto di andarsene dove meglio voleva. Privare una creatura della propria libertà…

«Sei credibile come una tegola che ride.» sbottò.

«Ascolta: io ti ho restituito la libertà dalla loro gabbia. Qui sei al riparo dalla loro ferocia, qui puoi lasciarti andare nel tuo divenire, passero.» sorrise. A lui parve con malizia.

Il bagliore della luna si era intensificato. Era incomparabile con quello che vedeva dalle sue parti, perennemente contaminato dalle luci artificiali. Era più puro. Anche se la compagnia non era di suo gradimento, quel chiarore lo stava facendo sentire bene.

No, non poteva abboccare così. Non era giusto nei confronti della sua comunità.

«No, io non la penso affatto come te. Questa non è la mia felicità. Essa è altrove. Io torno da loro, se tu vuoi restare qui, da sola, resta pure. Non puoi giudicare qualcuno se nemmeno l’hai conosciuto. Io ci convivo ogni giorno. Addio, passero di carta.»

Un po’ gli dispiacque quando si allontanò da quella pineta, poiché una limpida armonia stava estasiando i suoi sensi, ma non poteva rinunciare agli umani. Gli umani gli trasmettevano l’idea di allegria, unione e intraprendenza. Per questo gli piacevano. Cosa poteva capirne un misero pezzo di carta?

L’alba cominciava a spennellare di luce e tepore la notte e i primi profili della città a delinearsi. Uno scoppio improvviso ingombrò la sua mente. Un dolore insopportabile cominciò a diffondersi dal petto a tutto il corpo. La vista gli si appannò e cominciò a perdere quota. Riuscì a scorgere l’ombra di un paio di umani che avanzava. Pensò all’incontro di poco fa col passero di carta, e a sua madre.

Il passero di carta cadde a terra, le parole sbavarono e l’inchiostro cominciò a scorrergli addosso, annerendolo.

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Pubblicato in: Amore, Pensieri, Piccolezze, Poesie

Autunno

Di tanto in tanto il cielo si crepa in una fessura abbagliante, si fracassa in schegge di deflagrazione. Nel giardino folto di frasche, si sfalda e batte le foglie, che sui ramoscelli tentennano incerte.

Mi avvoltolo tra le lenzuola di lino fiorate della nonna: avvolgente è il loro odore morbido e pungente, odore di fresco e pulito, odore di nonna. Il freddo mordicchia la punta del naso che sporge. Mi stringo un po’ più in questo letto, assaporandone con gusto la delicatezza e il tepore. La stanza è semibuia, solo la luce azzurrina della lampada sul comodino riverbera tra le pareti verdi, cosparse di disegni e poesie, inondante dal soffuso e confortante scroscio della pioggia, ammorbidite dall’effluvio selvaggio ed irresistibile di terra bagnata che cola dalla finestra lasciata socchiusa.

Fuori, all’orizzonte, su un argenteo mare rabbioso, drappi di pioggia sfumeranno le nubi livide in rivoli d’ombra opaca. E tra i viali, vuoti, zuppi e rossicci, come un’ombra s’aggirerà silenziosa la malinconia.

L’Autunno s’incammina nei sentieri sterrati dell’anima, dolcemente, facendosi largo tra le passioni con la gentilezza di un galantuomo. La sua dolcezza ricolma ogni cosa, facendola brillare di un’emozione travolgente e misteriosa.

L’autunno è una stagione romantica in quanto triste: hai bisogno di cingerti a qualcosa, qualcuno, per non sentire il freddo lambirti. Nella tua consapevolezza, esso porta a galla ogni sentimento più autentico e spontaneo, lasciato a lungo accatastato in un angolo dell’anima. Ripristina la necessità di amore e rinnova l’indescrivibile bellezza di quello più intimo e primitivo, quello più puro e genuino.

L’autunno è una stagione struggente: il bello del degrado – la caduta dell’estate, il crollo delle frivolezze, la minaccia, feroce, del gelo – il senso di solitudine e di insignificanza di fronte alla veemenza dei suoi colori smorti e della sua efferata inquietudine – la necessità, estrema, di amare, il bisogno irrefrenabile di costruirsi e vivere intensamente una felicità composta da cose semplicissime e vere, giusto per proteggersi nel modo più sicuro dalla bestialità che la Natura diviene in questi mesi – Natura che finalmente può scatenarsi in ciò che realmente è, essendo dovuta rimanere docile negli ultimi tempi.

Serate preziose, a casa, nella visione di un film delizioso, sotto le coperte, al fianco di chi ami, e possibilmente anche al fianco di un caminetto acceso, con una tazza di cioccolata fumante sulle gambe a intiepidire il tutto.

L’autunno è il ritorno all’essenza più vera di ogni singola cosa del creato: l’uomo, spogliatosi del sopore della propria coscienza, può essere in grado di riconoscere di essere in realtà fragile e solo, smarrito come un insulso granello di polvere nell’immane magnificenza della Natura, sua madre maligna fine solamente a se stessa, e di aver pertanto bisogno di tornare umile e solidale con qualsiasi altro singolo elemento esistente per sopravvivere alla sua fisiologica, stupefacente crudeltà. Per questo l’Autunno è bellissimo. Perché è sublime: “l’orrendo che affascina“, che “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire” (E. Burke).

Il Sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.” (dall’opera “Del Sublime”, Anonimo – trad. G. Guidorizzi)

Accoccolato sulla poltroncina ed assonnato, il micio sospira, affievolendo il brontolio delle fusa.

«C’è qualcosa nell’arte, come nella natura, del resto, che ci rassicura, e qualcosa che invece ci tormenta, ci turba. Ci rassicura un prato verde pieno di fiori, un cielo azzurro senza nuvole; ci turba l’immobilità di un lago, la violenza di una tempesta. Ci placa la bellezza di una statua greca – di Fidia, la Venere di Milo…; ci sgomenta l’uomo di Friedrich, solo, dinanzi all’immensità del mare. Due sentimenti eterni, in perenna lotta: la ricerca dell’ordine e il fascino del caos. Dentro questa lotta abita l’uomo. Lì ci siamo noi. Tutti. Ordine e disordine. Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo: la vera forma di tutto ciò che è fuori di noi, come tutto ciò che è dentro di noi, è per gli uomini un eterno mistero. L’incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza. Ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al Caos. Ma quando ci accorgiamo del divario che c’è tra noi e il mondo, tra noi e noi, tra noi e Dio, allora scopriamo che possiamo ancora provare stupore. Che possiamo gettare uno sguardo intorno a noi come se fossimo davvero capaci di vedere per la prima volta.» (dal film “Il rosso e il blu”)

Sorrido, intrisa da questo sconcertante incanto.

Pubblicato in: Autrici, Varie

Ansia

Wallflower

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Il duo di questo blog è composto da due personaggi fuori dalle righe. Il loro estro si sviluppa parallelamente, repellendosi ed intrecciandosi in taluni punti delle loro personalità. Come ad esempio le esigenze creative. Oppure i disturbi. I disturbi, sì, ecco. Un’autrice consta di un disturbo perlopiù fisico, l’altra, invece, di uno perlopiù psicologico. Entrambi, allo stesso modo ma in maniera differente, intaccano loro la levità dell’esistere. Nel senso che: alla prima pesa la carne, la consistenza del corpo, mentre alla seconda proprio l’esistenza, la consapevolezza di esistere, appunto. L’una patisce la fibromialgia, l’altra l’ansia. Non scherziamoci su, non è una passeggiata: è davvero un disturbo, in questo caso. Nel mio caso, per l’appunto. Perché va ad interferire con la quotidianità. Ed è per lo più sociale. Una forma di timidezza estremizzata. Il mio essere, in quanto indifeso, impreparato e smunto, ha dichiarato una misera jihad alle relazioni interpersonali. Come un gattino che tenta di difendersi al cospetto di un umano gonfiandosi e soffiando. Con gli occhioni immensi che lo tradiscono: su di essi galleggia terrore.

Solo una definizione: frustrante.

«Ehi, ho questo dubbio: non so cosa intenda questo punto del bando…»

«Chiama.»

Chiama. Una parola da niente.

Il cuore perde un colpo, il diaframma freme, m’irrigidisco.

Chiama. Un estraneo. Un perfetto sconosciuto. Per dipanare una questione che se fraintesa potrebbe anche costarmi la carriera o la casa, chi lo sa.

Dovrò stare là, col telefono alle labbra, diligente nel comporre la frase della mia richiesta, studiarmela nei minimi dettagli, essere precisa e rendere chiaro, tramite frugali ed efficaci parole, ogni cruccio. E con la stessa minuzia chirurgica dovrò restare là, col telefono all’orecchio, diligente nel recepire ogni singola parola del mio interlocutore, nelle cui mani affido la mia patetica situazione.

Un estraneo. Di cui non posso nemmeno sbirciare gli occhi. La cui immagine, costruita frettolosamente sulle impressioni del tono e del timbro di una voce anonima, è incerta ed evanescente.

No Sissel, io non chiamerò. Aspetterò che il dubbio si sciolga da sé. Perché succederà. Ne son certa.

«Son disperata, continuo a non capire…»

«Sissel, chiama. Cosa ti costa?»

«Se posso, evito…»

«Quelli che stanno dietro il ricevitore vengono pagati per darti delle informazioni.»

«Ma io ne ho lo stesso il terrore!»

Il dubbio accresce, si coagula, mi corrode.

Deglutisco un grumo di ansia: c’è un’unica soluzione. Devo chiamare. Un estraneo. Che ne sa più di me. E a cui è appesa la mia sorte. Mi tocca.

È lì il telefono. Immobile. Non si muove. Non gli tolgo lo sguardo da dosso. Innocuo nella parvenza, efferato nell’essere. Neanche un felino della Savana. Il cuore comincia a rigirarsi su se stesso, inalberato, riscuotendo pure il diaframma che comincia a tremolare. La stanza, attorno, oscilla. Avanzo di qualche passo, arranco faticosamente fino a quel ricevitore crudele. Agguanto la cornetta. Chiudo gli occhi. Sospiro. Il numero è quello, Sissel. Devi solo dire queste parole, sì, queste son le parole da dire. Ecco, sì, segnatele su un foglio nel caso in cui le smarrissi quando quell’altro risponde. Ripetitele, ecco, brava, va bene, va tutto bene…

Pigio un tasto, poi l’altro, e così via finché il numero non è completo.

Silenzio: il cuore scalpiccia sul diaframma.

Ed eccoli, i segnali. Regolari, meccanici. Che mi comunicano che la mia linea si è agganciata all’altra, tanto (in)desiderata e sì sofferta: il cuore a momenti mi salta fuori dalla bocca.

Mi passo una mano sulla faccia, me la intrico tra i ricci disordinati e grassi.

«Pronto.»

Il cuore precipita. Non lo sento più. La stanza si concentra in un punto fisso, immobile. Denso e scurissimo.

«Sì, buongiorno, la mia situazione è questa, chiamo per chiedere…» rovescio parole e ansia come un acquazzone. E non ho il tempo per considerarmi piccola e banale davanti ad un tecnico che è realmente informato. Davanti ad una persona del mestiere, che può aiutarmi a raddrizzare la logica della proposizione di un bando. E che sicuramente, di mio, non ha nulla tra le mani. Se non uno sciocco dubbio. Uno sciocco, banalissimo, legittimissimo dubbio.

La questione viene rammendata tra una palpitazione ed un balbettamento. Bene, ora posso realizzare il momento tanto agognato prima di ogni telefonata: «…grazie e buona giornata!»

Riaggancio, sputo fuori un sospiro di sollievo. E mi sento soddisfatta. Trionfante su me stessa e la mia detestata, irragionevole gabbia mentale. Perché, del fatto che siano meri, ferrei preamboli mentali, ne sono consapevolissima.

Credo di aver concluso il giro sulla giostra dell’ansia quando d’un tratto mi pare che non mi arrivi più abbastanza aria ai polmoni. Cerco di inspirare profondamente. Nulla. L’aria si ferma a metà della gabbia toracica, come se, scendendo nella laringe, si fosse rappresa nella trachea. Mi sento soffocare. Provo ad imboccare ossigeno spalancando la mandibola. Nulla, l’ossigeno non impasta a sufficienza i polmoni. Aumento la frequenza dei miei respiri, sempre servendomi della bocca, tentando di pescare quanta più aria possibile. Mi accomodo sul divano, nel tentativo di migliorare la situazione e favorire la solerzia del diaframma. E dopo un po’, dopo essermi riuscita a rilassare, tutto torna regolare.

Sissel, ci sono persone. Sissel, c’è un gruppo di persone. E ti devi rapportare. T’irrigidisci. E ancora: il cuore impazzisce come la centrifuga di una lavatrice, l’aria non abbonda nei bronchi, non intride i polmoni. Speri di svanire, o quanto meno di passare inosservata, fa nulla se resti isolata, anzi è meglio. Parlano tra loro, e tu ne sei irrimediabilmente coinvolta, senza volerlo. E devi parlare. Altrimenti fai una pessima figura. E tutti si faranno idee distorte su di te. Eppure non sai che cappero aggiungere. O, se lo sai, non sai come infilarcelo, là in mezzo, tra quelle battute. Ti sembra sconveniente, e ti rimproveri di essere inopportuna. Allora concludi di non avere proprio un bel nulla da soggiungere. Nulla che sia interessante o intelligente quanto le altre affermazioni. Nel tuo inventario, collezioni solo scempiaggini da poter esibire esclusivamente in un rapporto a quattr’occhi, con qualcuno che conosci come il tuo letto. Scempiaggini che solo in circostanze intime sai apprezzare e valorizzare. Scempiaggini che in realtà, come ti rendi conto quando da sola resti, tali non sono: son le tue idee, le tue opinioni. Così come lo sono quelle degli altri. A parità di importanza. E dignità. Ma ora come ora vorresti solo essere invisibile. Vorresti che il terreno sotto ai tuoi piedi si sgretolasse in una voragine e ti sotterrasse nei suoi imperscrutabili abissi. O che, più semplicemente, ti assorbisse e basta. E sai che, con addosso questo silenzio cocciuto e restio, non puoi che evidenziarti di più. Preghi che questo incontro si concluda quanto prima possibile. Ti senti sommersa da un disagio inesprimibile mentre un vuoto inconsolabile ti spolpa l’anima. E “all’improvviso scappi via, senza salutare. Vorrei essere un angelo. Per poterti accompagnare.”

 

Pubblicato in: Sogni

Mantide religiosa

Un gruppo di specialisti mette su un’associazione che soccorra le persone negli incidenti stradali. Sono molto professionisti e competenti. Una volta trovano un cadavere carbonizzato: il suo camioncino prese fuoco e l’uomo che vi era dentro vi restò intrappolato. Sono ancora visibili, come in rilievo, le sue impronte sul finestrino, e quasi sono ancora udibili le sue urla di disperazione.

Chiama un bambino. Avvisa loro che c’è stato un incidente. Chiude il telefono. Ghigna: l’incidente lo preparerà lui. Con le sue mani: deve accoltellare la propria famiglia. Lasciarla senza scampo in un bagno di sangue. Si alza dalla parete a cui è acquattato, si dirige con fare lento e metodico nel corridoio cupo e rossastro, acre è l’odore di morte che trasuda dalle pareti e dall’atmosfera. Ha lo sguardo basso e continua a camminare, senza turbare il ghigno malefico che gli solca il volto. Ha delle cuffie in testa: perciò non può percepire i passi della sorella che, precedendolo, si avvicina con un pugnale.

Il paese è in festa ed io sono in un atrio con altri convitati. Sto rispondendo ad una mail quando mi accorgo che uno tra questi, disteso davanti a me, mi guarda implorante: ha gli occhi pieni di lacrime ed ha le sembianze di una formica antropomorfa. Mi spiega che ha voglia, bisogno di parlare, e in quell’aula, sebbene ci sia troppa gente, c’è troppo silenzio, tutti così presi dai propri marchingegni tecnologici. Accolgo la sua richiesta, mi dispiace per lei, allora le chiedo di aspettare che finisca di scrivere la mail. D’un tratto, però, prima che possa rivolgerle la parola, succede qualcosa nell’atrio: forse un convitato viene ucciso, o forse un’esplosione, qualcosa che insomma fa riversare tutti nel panico, nell’agitazione. Si danno tutti a gambe levate, alla rinfusa, il caos anima la stanza che rapidamente si svuota; anche io mi allontano pur non capendo cosa accade. Mi ritrovo nel corridoio di un laboratorio. Una dottoressa, ferma al centro, mi scruta, come se mi avesse attesa: vuole qualcosa da me. «La prego, non mi prenda il computer…» capisco che l’oggetto che stringo sotto al braccio è prezioso poiché testimone di questo evento. La dottoressa non fiata, avanza minacciosamente, avverto la sua meschinità; indietreggio e scappo di nuovo via, cerco di raggiungere l’essere a cui non ho prestato ascolto e che ho perso di vista nella confusione, un essere che andava protetto perché solo: percepisco che è in pericolo e che io sono in dovere di salvarlo. Dobbiamo salvarci insieme, anzi, è questo il mio pensiero. Quando lo trovo, è steso a terra, caduto. Gli porgo la mano per rialzarsi: mi fissa e ringhia. Io non capisco. Sono confusa. Perviene la dottoressa, sento parlare le due tra di loro: io sono l’ultimo esemplare di mantide religiosa e vado eliminata. In pratica dal loro discorso intuisco che nel mondo ci sono stati degli esperimenti scientifici che hanno permesso di incrociare uomini e animali. Le persone sono ignare di questo. Ed anche io lo ero fino a poco fa. Fino a poco fa, di fatto, manifestavo più una natura umana che mostruosa. Quello delle mantidi religiose è stato, a quanto pare, un esperimento sbagliato, forse perché gli esseri risultanti non hanno perso l’inclinazione a uccidere. E a quanto pare, dunque, sono stata io la causa dell’agitazione di poco fa, sono stata io, inconsapevolmente, a produrre un danno che all’apparenza, per gli altri convitati, non è stato che un accidente. Il computer pertanto non è testimone di qualcosa ma prova di questi esperimenti.

Le due riprendono a rincorrermi, la fuga prosegue. Sono molto scaltra, molto abile. Eppure non riesco a colpirle per fermarle. Non so come si faccia sebbene sappia che posso. Anche i gatti e i cani, guardandomi, mi ringhiano. Non tanto perché adesso ho fatto emergere i miei tratti inumani, quanto perché riescono proprio a captare la mia vera essenza.

Sgusciando fra diversi capannoni, saltando da uno scatolone all’altro, mi ritrovo in un vicolo cieco. Le due mi raggiungono immediatamente, il mio stomaco si contrae e mi desto.

Pubblicato in: Racconti

Persone

Storie di paura

Eravamo piccole e ci dilettavamo in questo: ci sedavamo in cerchio, gambe incrociate, a terra, ovunque fossimo, e ci sbizzarrivamo ad inventare di sana pianta e a raccontare con l’intensità di Gabriele D’Annunzio e l’espressività di Vittorio Gassman storie di paura e dell’orrore. Pischelli che si addentravano nel cimitero di notte per vincere prove di coraggio e che puntualmente venivano inseguiti e smembrati da famelici zombie, bambine che restavano sole nel mezzo della piazza e assistevano ad incontri ravvicinati con demoni e mostri. Se eccezionalmente accadeva di cambiare genere, allora ci impegnavamo anche a riprenderci con la videocamera, come autentiche registe, o a calarci perfettamente nel ruolo dei personaggi: abbiamo lavorato in radio, ad esempio, ed io son stata Laura Pausini e lei il dj dietro al microfono e con e cuffie in testa; oppure abbiamo potuto aprire una porta chiusa da anni grazie alle chiavi di un catenaccio trovate a terra, sWallpapersxl Lugubre Dark Shadows Romantique 471552 1920x1080.jpgfuggendo alla minacciosa indiscrezione di un’ombra che ci stava alle calcagna.

Pranzavamo assieme, se non cucinava mia madre preparava sua nonna, nonché mia zia. Trascorrevamo giornate succulente e gustose, me le assaporavo sino all’ultimo secondo. Eppure, se ora capita che la incontri, Elena si volta dall’altra parte. Da piccola abitava in un’altra regione, per cui non la vedevo spesso; ma quelle poche volte che ci incontravamo, recuperavamo tutto il tempo perso. Ora si è trasferita nel mio stesso paese per motivi di studio. E sempre per motivi di studio, io mi sono trasferita dove prima abitava lei. E non per mia scelta. È buffa la vita. Un tempo saremmo state entusiaste. Ma ora come ora non può essere che alquanto noiosa, la cosa. Mai un litigio ha troncato il nostro rapporto. Non ricordo, anzi, di averci mai bisticciato, almeno non seriamente. Silenziosamente si è discostata da me, man mano che cresceva e nuovi desideri sgorgavano in lei, finora completamente ignorati. Io continuavo a fregarmene, sinceramente, di queste cose, e a godere delle mie spensierate e sfrenate fantasie.

Il Mondo Emerso

Anche con un’altra Elena, alle scuole medie, non era che un continuo farneticare su storie da leggere, ed altre da scrivere e pubblicare. Il genere non guardava più all’horror ma al fantasy. Era stata proprio lei a iniziarmi all’arte della lettura, sinora totalmente ignorata, prestandomi le avvincenti saghe di Licia Troisi. Non facevamo altro che imitare le nostre eroine preferite. Ad esempio, agghindando un mobiletto vuoto con diverse cianfrusaglie quali scodelle, armi di cartone e compensato, ghiande e fogli ingialliti, mi ero costruita a casa il mio habitat: il covo di una ragazza che vagabondava tra i boschi e che per sopravvivere doveva rubare ed uccidere su commissione, mancando di parola al Maestro, l’uomo che l’aveva cresciuta. Oppure, se ci incontravamo in spiaggia, non era che un continuo misurarci coi limiti del nostro corpo: ci confDubhe_assassinarontavamo su chi era più flessibile per poter sgusciare via da un eventuale rapitore, e su chi era più abile per poter schivare eventuale fendenti rivali e servirne altrettanti.

Con la mia nuova Elena esploravo ogni angolo del paese: interminabili ed instancabili passeggiate, senza lasciarci intimidire dal sole ancora scottante delle 7 dei meriggi d’agosto, arrovellandoci in discorsi a proposito di libri, storie, eroi, draghi, gatti, ragazzi.
Una volta le confidai i miei sospetti sul probabile interesse che un compagno di classe poteva nutrire nei miei confronti e la pregai di non parlarne con nessuno. Mi fidavo. Venni a sapere che l’aveva spifferato al gruppo di ragazze oche. La presi molto a male, mi sentii tradita, morivo dalla vergogna che il suddetto ragazzo lo sarebbe venuto a sapere e dalla stizza che lo aveva fatto sapere a chi meno avrei sperato: decisi di farmi da parte e allontanarmi. A quanto pare non ci restò male e assecondò il mio gesto.

Jazz

Michelangelo aveva dita affusolate e suonava la chitarra elettrica, la suonava in una band, ascoltava metal, era fieramente agnostico, aveva paura del vino ed era madrelingua inglese, nato il 29 febbraio a New London. Era un mio compagno di classe e come me non faceva religione. Forse fu questo l’input che ci fece incuriosire l’uno all’altra.

Un giorno mi scrisse una melodia e me la suonò: era un qualcosa di celestiale che mi ammollò il cuore ed allo stesso modo mi mise a disagio. Me la scrisse dopo alcune poesie che gli avevo dedicato. Michelangelo paragonava la poesia al jazz. Io nomusica-anni-30-4013-m.jpgn facevo altro che parlargli di Rimbaud di qua e di Merini di là, lui cercava di comprendermi; quando capì l’elevatezza della poesia, quando capì che è un qualcosa di intenso ed essenziale, un qualcosa che in poche parole condensa un universo, si accorse che altro non era che il jazz della letteratura. Il jazz: pochi accordi ma intensissimi, di una complessità sublime. A me il jazz non era mai piaciuto: lui mi aprì il cuore a questo genere che poteva essere degno di poesia. Mi spiegò che se non riuscivo ad appassionarmici, era per questo, perché è una cosa per pochi eletti, esattamente come il genere letterario che osannavo: se il tuo animo non lo recepisce dai suoi abissi, non puoi essere in grado di apprezzarlo.

Stavo bene a parlare con lui, eravamo diversi, tuttavia ci univa un qualcosa di indissolubile che non sapevo spiegare. Un giorno, tramite una chat, mi confessò che gli piacevo. Un mese dopo piombò con la bicicletta a casa mia direttamente dal suo paese per lasciarmi un bigliettino: poche parole, incisive. Ti amo. Mi ci vollero ben tre mesi per rendermi conto di aver frainteso i miei sentimenti: mi sentivo stretta, soffocare. Io non volevo questo, prima stavo bene, ora non più. Lo mollai.

Stay free

Ascoltavamo i Sex Pistols e i Clash sui gradini della porta sul retro della scuola, in mezzo alle sterpaglie e ai murales che brontolavano gli anni di clausura liceali e con spinta ribelle motteggiavano alla libertà, l’amore e la cannabis. I prof ci scambiavano sempre, a me ed Elvia. Quella di inglese ci spiegò che era perché eravamo molto affini e non per i tratti somatici: sarà stata la timidezza e l’animo altamente sensibile. Ci teneva legate una forte passione per l’arte e la poesia. Leggevamo I Fiori del Male, parlavamo di gatti e di come mettere mano alla società, discutevamo se fosse meglio farlo da ribelli come Johnny Rotten e Sid Vicious o da civili, dall’interno, come Kurt Cobain. Prima di entrare a scuola sgranavamo i nostri passi per le stradine là intorno, tra rassicuranti passeggiate, immergendoci nel verde del parco o nelle vivacità delle bancarelle nel giorno del mercato. Ogni ora di educazione fisica era buona per appartarci in un’aula e concentrarci con la serietà di due giocatrici professioniste a scacchi.

I-fiori-del-male.jpgUn giorno mi mostrò il suo album di disegni, definibili con un unico aggettivo: psichedelici. I tratti a penna, grassi e intensi, di ogni colore. Ogni particolare era un vorticare nel suo animo turbolento e creativo. Mi svelò che ero stata la sola, finora, a vederli. Li teneva in uno scaffale della propria libreria, confusi con altri volumi.

Aveva una cadenza cantilenante, il che le conferiva un fare molto curioso quando parlava. Non usava mai il telefono, e quello che aveva era un vecchio Samsung. Era sempre spento e non aveva mai credito. Non aveva account né su Facebook né altrove, né le importava: intendeva seguire Baudelaire, meglio, col suo spirito critico, anticonformista e poetico, senza dare al Sistema il gusto di prostrarsi ai suoi piedi. Condividevo quasi in pieno il suo modo di pensare e il suo stile di vita, mi piaceva, era alternativo ed originale, per questo la stimavo davvero tanto. L’unico modo che avevo per restare in contatto con lei era la scuola. Finita quest’ultima, sporadicamente siam pure riuscite a sentirci telefonicamente, ma solo perché la chiamavo io. L’ho rivista un’ultima volta al mio compleanno, poi qualche messaggio sempre più sporadico che mi suggeriva anche una certa indifferenza da parte sua, che un po’ mi feriva. L’ultimo messaggio risale a qualche mese fa: messaggi che invii e che cadono nel nulla più assoluto.

Caramelle

Samuele è tuttora amico di Michelangelo. Con lui ci parlo
solo da quando la scuola è fshutterstock_25324765.jpginita.
Tutto è cominciato per caso. Per gioco, anzi, con delle cartoline che lui non si aspettava io gli spedissi sul serio. Ci vediamo davvero sporadicamente, ma ogni giorno ci sentiamo. Quando sono fuori mi è di grande aiuto, mi conforta spesso. Io ricambio con lo stesso affetto quando a sconfortarsi è lui. Ci vogliamo molto bene. Come fratelli. È molto razionale, anche cinico e disincantato, eppure lo contraddistingue la stessa genuinità di un bambino e la stessa bontà delle caramelle per cui quel bambino lotta. Sogna una Kawasaki. Ed anche un gregge di bovini da portare al pascolo in Scozia. Almeno quando è in sessione d’esame.

Aloe Arborescens

Melissa disegna da Dio ed ha il ragazzo in America, Alice spende il suo tempo davanti alle serie tv e a quanto pare è misandrica, Irma ritocca i propri abiti vestendo in una maniera impeccabile ed è dark. Marylin Manson, Nirvana, Deviantart, Pinterest, film horror e Giappone sono vocaboli quotidiani che saltano di bocca in bocca tra me, Irma e Melissa. Il bello è che stiamo riuscendo a trascinarci dentro anche Alice. Con lei ed Irma l’anno prossimo brindiamo ai 10 anni della nostra amicizia.

La sera stiamo un po’ in giro, un po’ a zonzo per il paese, eludendo gli stressanti impegni della mattinata. Ci distraiamo un po’, ci raccontiamo le nostre avventure giornaliere, tra un’ora di studio ed una di mare, scimmiottiamo video stupidi che raccattiamo in rete ma anche personaggi famosi e non, abbastanza discutibili.

Melissa ci ha affidato una piantina per il suo compleanno. Ce l’ha donata curandone ogni dettaglio: la mia era inserita in
un origami a forma di vaso la cui carta riportava la traduzione della parola “verde” in molte lingue. Vi era allegato un bigliettino, verde per l’appunto, un foglio trattato con acqua e sciroppo di menta: TePianta germoglio.jpgntiamo di apprezzare tutti i beni di cui disponiamo, tra tutti l’amicizia e le relative pace e tranquillità, che non sono scontate. Spero, allora, che questa piantina non ti sembri nulla, perché è tanto, una vita giovane e indifesa che affido alle tue mani e al tuo cuore, come simbolo di affetto e augurio di felicità. Grazie per la tua amicizia.