Pubblicato in: Poesie

Fumo poetico

Implacabile cupidigia
di bellezza straziante
singhiozzata
con la veemenza d’un raptus celeste:
per tossire via gli abbracci,
quelli trattenuti,
e quelli inventati.
Sfiancante urgenza
di parole superbe,
che calpestino l’urlo
di un rimorso,
che sfregino
con la rabbia di tinte acriliche
la tela vuota e rude
di quest’anima scialba.
Truce tentazione di

Poesia.

Poesia cruda

e dolciastra

come una velenosa bacca
raccolta
s’una strada sterrata
tra felci e fame.

Poesia arcana

come un viandante
che ceda un tozzo di pane
ad un randagio cane.

Poesia

gettata giù

tutta d’un pezzo
come un sorso d’assenzio,
che corroda
i bordi bruciati
di sogni deturpati
dal destino più rancido.

Poesia

aspirata tutta d’un fiato

come una sigaretta,

che intasi
col suo fumo

la vita.

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Pubblicato in: Amore, Piccolezze

La vita ai tempi degli esami

Finisco di sorseggiare ciò che rimane del mio scuro e dolce caffè. Mi alzo dalla sedia, mi sgranchisco le ginocchia, ripongo una carezza sulla grigia testolina di Damasco, stravaccato sulla tiepida cenere del camino, che ancora rumina i rimasugli del fuoco di ieri sera; freme nel suo torpore profondo, il micio, biascicando un rauco miagolio. Forse dovresti sgranchirti la voce anche tu, Dami.

Mi dirigo in bagno, mi infilo sotto una doccia calda e calmante. L’acqua scorre e scroscia, tampona ogni pensiero rumoroso, mi lava di dosso la notte residua.

Penso alla lezione di anatomia da concludere, penso che ci dovrò lavorare un po’, perché il prof non è stato per niente chiaro. Ed è una parte importante, su cui non si può trangugiare. Che prima o poi frutterà delle soddisfazioni. Mi verrà un colpo di genio, scoprirò qualcosa di strabiliante a riguardo, ci scriverò su una relazione, un articolo, un saggio, qualcosa, insomma, lo consegnerò al prof in persona, il quale potrà reagire in diversi modi: deridendomi, accogliendo la mia opera per cestinarla immediatamente dopo, o accogliendo la mia opera, rispettandola con cura e ricontattandomi tempo dopo per complimentarsi. Tra tutte e tre, preferisco immaginarmi nell’ultima: mi farà entrare nel suo team, a fare esperimenti per comprendere meglio il cervello umano, direzione Nobel! Eh, è davvero bello sognare, eh ragazza mia?!

Il profumo di bagnoschiuma si srotola per la stanza, mentre il vapore si addensa sulle pareti e una canzone di Brunori Sas s’infonde in ogni angolo. Mi piace la sua voce, profonda e suadente, pregna di una malinconia delicata, che non turba, no, ma lascia una patina di dolcezza su ogni piccola cosa che decanta. Ascolto la soavissima “Maddalena e Madonna”.

E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Eh, ragazza mia, stai pensando che ci dovrai parlare, ve’? Così non può continuare, così non ha proprio senso, ed è un vero peccato, lo sai. Magari ti stai solo fraintendendo, e fraintendere è la tua specialità, ma devi provarci, lo sai. Ci stai pensando già da un po’, e più ci pensi, meno riuscirai a tenertelo: ti sfuggirà dalle piccole e carnose labbra senza che tu te ne accorga, e a quel punto vorrai solo sprofondare tra le braccia di Lucifero. Glielo dirai, te lo prometti. Davanti ad una cioccolata calda, magari. Anzi no, meglio se durante una passeggiata, ché ti rilassi di più e ragioni meglio. Perché il bene che vi volete rischia di essere troppo, quasi incontenibile. Un bene al di là del semplice affetto, che sfiora qualcosa di molto più grande e complesso. Questo è il dubbio, questo il sospetto che ti sta corroborando già da un po’. Cosa siete l’uno per l’altra? Hai bisogno di capire, perché non ci stai più capendo nulla di tutto ciò. Se va bene, sarai contenta, o felice, non lo sai, ancora; male che vada, ti piangerà il cuore, e poi passerà, come ogni altro dolore. E, pensando al principio di questo singolare rapporto, ti stupisci di come il mero caso possa essere il germoglio di querce incredibili.

Un bacio, un errore, non restarci male, ti voglio bene, ma è meglio di no. E notti da frate indovino, a sputare il destino in fondo a un caffè, come un moscerino che affoga nel vino cercando un profumo che altrove non c’è: profumo di te, Maddalena e Madonna, ogni tanto ritorna la mia voglia di averti ancora… E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Linda e profumata, entro nella mia stanzetta incasinata. Il telefono è lì, abbandonato sulla scrivania, accanto ai libri e gli appunti, che tacciano, rimboccati dalla copertina del loro raccoglitore.

Ragazza mia, non arriverai mai preparata per il 12. E va be’, chissene, ci sta l’appello successivo, tanto!

Prendo posto sulla mia seggiola, pronta ad una boccata di neuroanatomia. Non ci vuole molto, ed è subito come dover disinnescare una bomba, ma la bomba non c’è, c’è solo questo orologio che non la pianta di ticchettare.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Ogni secondo che passa è un boato, un sordo precipitare nel fondo di questo concetto che non stai capendo. Non si può capire. Ti è capitato tra le mani sfogliando gli appunti, si è intorpidito leggendo il libro. Che cavolo vuole insinuare!? Ti metti a mobilitare mezza facoltà per chiedere che ti venga sbrigliato, ma tutti si trovano agonizzanti sulla tua stessa barca.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Muoviti, cervello, muoviti! Devi capirlo, accidenti!, tra un poco arriva l’esame e non avrò ancora finito il resto!

Tic-tac.

Muoviti, cervello, muoviti o la bomba esploderà!

Tic.

Tac.

All’improvviso, Damasco sbuca silenziosamente, lo sguardo sempre soporifero, bofonchia sempre un rauco miagolio. Non te la sei sgranchita la voce, eh, Dami? Va bene, resta pure, non mi dai fastidio, anzi.

Il micio salta su di me, accoccolandosi tra le cosce. Vibra sotto rassicuranti fusa. Certo che a te basta un paio di gambe od un caminetto per sentirti completo ed in pace col mondo, eh?!

 

Pubblicato in: Piccolezze

In bocca al lupo!

Io non mi scorderò mai della volta in cui tornai nella mia cittadina universitaria a gennaio, l’anno scorso. Fu un trauma.

Ricordo che pioveva a dirotto, e avevo quella valigiona da trascinarmi appresso, e dovevo raggiungere casa, in via Chieti, in quel quartiere sperduto e scordato anche da Dio, rigorosamente a piedi, forse perché non me la sentivo di restarmene un’altra oretta in stazione nella speranza che un pullman passasse.

Ci sarebbe stato un esame tra due giorni ed io mi sentivo del tutto impreparata, il che non faceva altro che infondermi una amichevolissima ventata d’ansia, addizionata ad un naturale senso di malessere che cominciava a germogliare nei miei visceri più profondi.

Cominciai ad addentrarmi lungo quel marciapiede grigio e sporco di fango, al cui fianco le auto sfrecciavano noncuranti, che non facevano altro che rinnovare il mio senso di solitudine e sfiga cosmica. Più proseguivo più mi bagnavo, in quella città sconosciuta, in cui avevo scelto di abbandonarmi al mio destino, in cui avrei dovuto vedermela a mani nude con ogni mio problema.

Ogni tanto dovevo fermarmi per alternare braccio, poiché mi sentivo letteralmente staccare quello che serrava il manico di quel frigorifero farcito di vestiti e viveri. La cosa non solo mi rallentava e m’inzuppava di pioggia e nervosismo, ma mi stremava, anche psicologicamente, persuadendomi che mai sarei giunta a destinazione.

Dopo un’ingente quantità di tempo, con sollievo arrivai a casa, infracidata ed esausta.

Era buio pesto, dentro, poiché le coinquiline presenti avevano serrato ogni persiana per evitare entrassero spifferi e si trattenesse meglio il calore. Cercai l’interruttore della luce e lo pigiai: a terra mi accolse un porcile orripilante. Mi chiesi da quanto tempo non si pulisse quello schifo e pensai che ci avrei dovuto pensare io, a questo punto. Feci finta di nulla, tuttavia, e salutai: mi rispose Ramona, dal piano di sopra, con la freddezza e la sufficienza di sempre. Le chiesi se avesse già pranzato e mi rispose seccamente di sì; le chiesi dove fosse Nadia e mi rispose che era andata a lezione. Bene, avrei mangiato con la stessa solitudine con cui avevo camminato sinora. Il solo pensarlo mi serrava lo stomaco, facendomi passare ogni voglia di addentare anche un solo boccone. E va be’, pazienza… Mi sarei scaldata quelle secche e fredde polpette che mamma mi aveva amorevolmente preparato la sera prima, già pregustando il loro intenso sapore di tristezza e nostalgia. Ora però dovevo far fronte ad una priorità, perché avevo urgenza di andare in bagno.

Scaricai i miei bagagli in stanza e mi ci fiondai. A questo punto, l’orrore mi ghiacciò e preferii tornare indietro, sinceramente provata: il water mi sorprese sporco, ma proprio lercio fino alla nausea. Tra me e me, me la presi a morte con quella stronza di Ramona, la cui stanza era al mio stesso piano, ed era per ciò lei l’imputata più probabile, mentre Nadia, invece, dormiva su. Ancora non ho imparato a dire le cose in faccia alla gente, soprattutto a quella che non conosco o che comunque mi trasmette un forte disagio. E con Ramona provavo un senso d’inadeguatezza fortissimo, quindi non sarei mai andata a lamentarmici, per quanto la cosa mi avesse toccata. Forse fu anche questo uno dei motivi per il quale venni inconsciamente scoraggiata a costruire un buon rapporto di amicizia con costei. Insomma, scelsi di non dirle nulla, e che avrei aspettato che se ne accorgesse da sola e che da sola rimediasse. Perché dovevo pulire io la merda di qualcun altro?! Non sono l’idiota di turno! Prima o poi, tanto, sarebbe rientrata e se ne sarebbe accorta, provvedendo subito a correggere il misfatto, con vergogna e pentimento. Me la immaginavo con gusto mentre mi bussava timidamente alla porta della stanza, e che, aprendola, me la ritrovavo in ginocchio a scusarsi, ed io che, poggiandole la mano sul capo chino, con un ghigno di trionfo le dicevo che l’avevo perdonata e che non era successo nulla.

Mi sentivo sola e triste fino all’angoscia.

Trovai sul letto il pensierino che aveva lasciato a tutte noi Ilenia, la coinquilina che se ne era andata via a dicembre avendo concluso il suo ciclo di studi: un portachiavi con un cioccolatino allegato. Mi commossi: non me la sarei mai aspettata! Le scrissi un messaggio. Guardai la data di scadenza del dolcetto, notai che ormai non era più buono e a malincuore lo buttai. Mi accorsi che nel salone mancava anche il televisore e tante altre cose sue con cui ero convissuta e che avevano riempito le nostre giornate. Mi sentivo il cuore in singhiozzi: mi ero affezionata ad Ilenia. Era davvero una brava ragazza, se non la mia prima, esemplare coinquilina, la persona che asciugò le mie primissime lacrime di lontananza. Quello stesso giorno seppi pure che non avrei nemmeno più rivisto Cecilia, un’altra coinquilina con cui avevo legato molto, perché aveva scelto di cambiare il suo percorso formativo. Mi stava molto simpatica, era divertente, un personaggio. Ci restai veramente male, insomma.

Più tardi, sentii Ramona scendere dal piano di su, in cui si apprestava a studiare, e dirigersi in bagno. Aspettai di sentire il rumore dello sciacquone ed i suoi passi risalire le scale, dopodiché, con mia grande gioia, ci rientrai anche io: tutto era rimasto come l’avevo lasciato io. La mandai a quel paese, ed imprecando e interrogandomi su quali fossero i problemi che affliggono certe persone, presi un disinfettante e risolsi con molto disgusto e tanta rabbia la cosa.

Fu davvero scioccante, quel giorno buio e freddo in tutti i sensi. Posso ancora respirarne la solitudine e palparne l’angoscia. Perciò ogni volta che devo prendere il treno per l’università, sento ancora il cuore spezzarsi. Spero non capiti più qualcosa di simile, e di non incrociare mai più, o quantomeno per brevissimo tempo, il cammino di gente così.

Ed ora fatti coraggio, ragazza mia: il ritorno incombe…