Pubblicato in: Pensieri

Abbandono

Alla fine, la domanda non è “perché si vive” ma “per chi si vive”.

Alla fine il problema non è tanto la vita in sé quanto le persone che ci trovi dentro. Ti tocca accaparrarti quelle giuste, altrimenti è un disastro. Perché la vita è contorta di per sé, poi le persone, accidenti!, la imbrigliano di più. Ti tocca scegliere quelle che ti fanno sentire bene e ti motivano, ignorare quelle che ti disprezzano, riconoscere quelle giuste e scartare quelle di cui non puoi fartene un granché.

E quando tutto ti sembra filare liscio, e sei contento, il sospetto che altro non sia che un misero inganno ti assale, per quante ne hai viste. E fa bene, a salirti, almeno ti preannuncia il crollo della bellezza.

Ed ecco che allora, di nuovo, come di destino già programmato, ti tocca raccogliere i cocci in cui ti sei disfatto, rimontarli su, a fatica e dedizione, pur sciente che il collante non avrà mai quella qualità impeccabile da potersi opporre ad altre botte.

E ti ritrovi di nuovo così, i piedi infilati nel mare, come a cercare di lasciarti deglutire nella sua saliva spumosa e salata, come a cercare disperatamente di sparire e nascondere il passato, come a tentare silenziosamente di sgusciare via, dalla vita che si è presa gioco di te quando quella volta ti ha presentato, con un ghigno grande così sotto i baffi, quella persona che per tanto ti ha popolato il cuore per poi all’improvviso estirpartelo e buttartelo in pasto ai versi.

Già.

Ti ritrovi così, per l’ennesima volta, le mani cinte in grembo, come a contenere l’emorragia della tua anima, tra i denti una biro blu, come fosse il sigaro con cui spappolarti i polmoni e farcire di fumo aromatizzato il vuoto lasciato, il culo infossato sulla battigia, la mente arenata tra emozioni acri come limoni e pensieri vorticosi e instabili come barche nell’oceano in tempesta.

Disturbo. Così ti senti, disturbata.

Abbandono. L’abbandono è il tuo disturbo.

Ti ritrovi così, come ogni volta che ti sei fidata e ne sei stata felice, e dopo te ne sei amaramente pentita, perché di fidarti dell’unica cosa di cui avresti dovuto, del sospetto dell’inganno, ti sei rifiutata.

Ti ritrovi così, a fare della tua tristezza il tuo calamio, strabordante di fluido e lucido inchiostro nero, oscuro come il tuo dolore, tetro come la verità, buio come la santa notte.

Ti ritrovi così, ad imperlare i tuoi giorni di arte, come fossero una collana di versi.

Solo questa può essere la forza della delusione. Perché ti sei sbagliata, probabilmente, e non hai potuto riconoscere che questa non era una tra quelle persone giuste che dipanano la vita.

Annunci
Pubblicato in: Pensieri, Poesie

Soliloquio di una negletta

Non è colpa tua. Non è mai stata colpa tua. Non eri tu, quella sbagliata, se non te la sentivi di restartene con persone piccole e grette, ottuse e chiuse nella loro mediocrità.

Ti incolpavano di arte e poesia, ti accusavano di solitudine e silenzio, e tu assecondavi le loro ingiurie, e sempre più vergognosa te ne trascinavi appresso la schiacciante responsabilità come un cadavere da occultare. Ma non è mai stato più falso di così. Tu eri giusta, andavi bene. Non dovevi essere tu l’imputata. Eri semplicemente un essere più sensibile, che necessitava di più tempo rispetto agli altri. Solo questo. Incompresa, e abbandonata nelle tue stesse mani, accartocciata tra i tuoi stessi visceri, costretta a startene con individui deviati, che dall’alto della loro bassezza ti snobbavano e deridevano. Tu incassavi tutto senza rifiatare. E avresti pure voluto chiedere scusa, se eri così chiusa e insicura, scusa per tutto ciò che ti ritrovavi ad essere senza volerlo, credendo che a desiderare il loro mondo sarebbe stato tutto più giusto. Ma ora sai, sei cosciente. Sei entrata in quel negozio, ieri, e ti sei sbilanciata di nuovo su quella vertigine di panico, con tutte quelle palate di musica insulsa a palla, e tutti quei ragazzetti pateticamente esaltati. Non è mai stata colpa tua. Sii fiera. Continua a girare con l’infinito in tasca, come un rosario, e lo stupore negli occhi, da recitare come un vangelo quando il sole abiocca e il cielo sfrigola sciogliendosi nel mare. Cerca la poesia, cercala ovunque, non ti stancare mai di ciò che sei, non ti stancare mai di aver scelto te stessa agli altri, di aver seguito le orme di una volpe sulla neve anziché la striscia di un cosmetico vuoto lungo l’asfalto. Solo con l’arte puoi esistere, solo arte puoi essere. Tu, fenomeno irripetibile. Tu, pezzo di arte arrangiato tra un grumo di mare ed uno sputo di pioggia, tra un goccio di dolcezza ed un sorso di tristezza.

Perdoni il passato passeggiando nel tempo, pesti un’auto e baci una quercia. Sei come una quercia, tu: taci libri.

Tu, con nelle vene iniettato ruvido ed acre inchiostro, con quell’odore pungente di sarcasmo, mestizia e saggezza, tu col sangue infettato dalla società che ti ha illusa e denigrata, Società della Condanna in cui sei finita rovinosamente incastrata, tu boccata spasmodica di poesia, tu trillo audace di colori: è così, è con l’arte che sbrani a bocconi rapidi e feroci la vita e ti divincoli dal re sgusciando via dal suo regno falso, ridicolo e infame, e puoi operare il Tempo con  maestria chirurgica. L’arte, tua sola vendetta.

Ma adesso, adesso, cosa ti resta da scrivere, più? Delle tue muse, afflitte e cadute, non ti restano che i denti canuti.

Pubblicato in: Pensieri, Poesie, Schizzi

Società

foto.jpg

Ridenti fanciulli dalle aguzze mole sanguinanti gli incisivi cavità orbitarie vuote e asciutte
Cellule in formato pixel persone in formato smart società in formato app
che paralizza e sviscera
facce vive come maschere felicità virtuale anime straziate
Ed eccolo, il Male
lo puoi vedere e palpare
Satana in confronto è un conforto
Eccolo, il Male
costruito da ruote, rotelle e serpi calpesta un qualsivoglia dio
scheletro necrotico e neoplastico di un mondo metaplastico
Ne sono io la definizione ne sono io la profanazione