Pubblicato in: Conversazioni, Pensieri

Uomini di dubbio

Sai, Edward, ho notato che io cerco il realismo in ogni forma d’arte: cerco la credibilità, l’attendibilità. Be’, d’altronde io ho ricevuto un’impostazione scientifica, e questo ne è il risultato. Gli scienziati son tutti uomini insicuri, che hanno bisogno sempre di prove e controprove. La scienza si addice al dubbio e all’incertezza, è tagliata apposta per l’uomo -l’arte e la scienza sono due forme differenti della stessa materia: il dubbio.

Sai, Edward, una volta il vecchio Jhon, mentre tornavamo a casa, mi chiese: “Ma che ci trovi di bello nello scrivere?”

“Il pensare” risposi prontamente. Perciò ho sempre creduto che la scrittura faccia per te, Edward: stai ore e ore a passeggiare tra i viali del pensiero, senza che tu possa smarrirti, anzi puoi addirittura scoprire botole celate tra le siepi…

 

Ma perché l’arte è una forma di dubbio?

 

Perché mette in dubbio. Mette in dubbio l’esistenza, la morale. La scienza è il dubbio sulla realtà, l’arte è il dubbio sull’umanità. Servono entrambe a far sorgere i dubbi, o a dirimerli, entrambe allo scopo di consolidare un qualche stralcio di verità, di un qualcosa di miseramente certo che ci conforti, che attenui la consapevolezza della nostra minutezza ed insignificanza, ed esorcizzi le nostre paure.

 

Secondo me nelle scienze il dubbio è semplicemente una parte di quel metodo che ci permette di essere uomini e non animali, che è il metodo empirico: per capire una cosa bisogna necessariamente avere dei riscontri concreti altrimenti non stiamo più “scoprendo” ma stiamo giusto formulando ipotesi. Io non so se parlerei di dubbio, forse il sentimento (non so se sia un sentimento) motore di tutto è l’interesse nel capire empiricamente per poi spiegare analiticamente il mondo. La parola “dubbio” ha un’accezione troppo negativa. Secondo me non è questo ciò che muove le scienze: secondo me è qualcosa di più ottimista e positivo, “curiosità”.

 

Tu hai descritto il metodo scientifico: io ho cercato di andare oltre esso, capire appunto cosa lo muove ancor prima della curiosità, perché anche l’arte è sperimentazione e curiosità. Ma qualcosa di umano da ambedue condiviso c’è.

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Se la vita fosse jazz

Il mio cervello, al posto di dormire, quando sono a letto: «Bene, è appurato che il jazz è un genere musicale in cui i vari artisti, pur seguendo una linea melodica già strutturata in precedenza, se ne discostano leggermente, spaziando in varie improvvisazioni, e mostrando così di non dover essere per forza vincolati dallo spartito ma di possedere un certo grado di libertà per esprimere anche le emozioni che provano nel preciso istante in cui suonano. Ecco, ascolta il mio pensiero: e se gli uomini fossero tutti (o un buon 99%) artisti jazz? Noi esseri umani abbiamo degli spartiti da seguire: dobbiamo cercare un lavoro perché, se no, non viviamo, dobbiamo cercare degli hobby perché, se no, ci esauriamo, ci fa bene avere qualcuno accanto per condividere le nostre emozioni ed esperienze e tante altre “linee melodiche” che più o meno tutti seguiamo. Ma siamo anche tenuti a improvvisare: il lavoro possiamo scegliercelo noi, le persone sono tutte attratte da hobby diversi, e improvvisiamo anche quando scegliamo chi amare, perché in genere non ci aspettiamo mai di trovare nella nostra vita quella persona finché effettivamente non arriva. Ecco: se la vita fosse jazz e noi i suoi artisti. Pensaci.»

«Ma dormi, idiota, ché tra 40 minuti c’è la sveglia!»

«No, ahah, dormi tu! Voliamo con le ali della fantasia!»

 

Stupefacente… Com’è che ascolti jazz? Io apprezzo il fatto sia musica intelligente, musica per pochi, di classe, ma alla fine, se appunto devo scegliere cosa ascoltare, non è la prima scelta.

 

No, a me fa schifo invece. Anzi proprio schifo no, però mi annoia.

 

Bravo, appunto: di classe. Sporadicamente, come sottofondo, ci può stare, altrimenti no.

 

Ma io non ascolto jazz, so solo in che consiste, me l’ha spiegato un telecronista di basket.

 

Sì, idem per me: non lo ascolto ma ne ho parlato diverse volte con qualcun altro. Poi dici non ti piace la poesia…

 

Quale poesia? Dove la vedi?

 

Quello che hai scritto. Non devi per forza frantumare la frase in versi, non è necessario.

 

Non è una poesia: è una riflessione scritta senza nemmeno rileggere.

 

Bastano pochi pensieri imperlati per bene come una melodia cromatica

 

E io non volevo nemmeno farla io volevo dormire.

 

Questo è il bello, funziona esattamente così: l’istantaneità di un guizzo d’animo carpito per sempre come in una foto…

Pubblicato in: Conversazioni

Oltre la Barriera

Sai che una mia amica ha percepito che io sono punk?

Forse lo sei nel cuore, perché fuori proprio no!

È certo, perché sono stata educata alla borghesia: sono borghese ma sento di non esserlo. E questo le dicevo. Che gli Zen Circus, indie punk, rappresentano quest’ultima sensazione, questo non sentirsi parte di questa “borghesità”, sensazione che comunque non può venire rappresentata da me essendo io abituata ad interpretare il ruolo di borghese, appunto. Invece Brunori, cantautore, è uno stato d’animo, rappresenta proprio questa consapevolezza, questo “sono borghese, ma sento di non esserlo”.

Come Sabo di One Piece, nato sì nobile e ciononostante ripudia la sua condizione sin da bambino e diventa il capo di un’armata di rivoluzione. Non ho comunque idea di cosa sia la borghesia.

Il ceto medio, quello a cui appartieni, quella che sta scomparendo.

A cosa pensi di appartenere tu allora? Alla plebe? 

Sempre più vera di qualsiasi altra classe sociale. Più sali nelle classi, più cresce l’ipocrisia, l’omologazione, il finto benessere, le regole interpersonali, il galateo, tutto ristretto in dettami precisi. Credo sia questo. Mia nonna alla fine veniva da un ceto umile… Quello che veniva denigrato dai ceti forti, ma che a sua volta poteva irriderli sovvertendo l’ordine usando un po’ di distacco e senso critico. Un po’ tipo Parini col Giovin Signore. Ce l’hai presente? M’era piaciuto Parini.

 Se pensi di appartenere alla plebe, per quanto più vera delle altre possa essere, ti manca un bel po’ di background di vita vissuta. “Tu non vieni dalla strada, solo chi non ci viene pensa sia una cosa di cui vantarsi”.

 Sì, è vero, verissimo. Ma d’altronde mi fa comoda la mia condizione, io non posso negarlo. È comoda e al contempo un po’ desolante. Perciò mette in crisi l’artista, che non accetta l’ipocrisia, ma gli fa comodo. Anche quel Piero Manzoni: lui lo stesso. Ha fatto la “merde d’artiste”. E se mi è concesso digredire: io adoro le cose multidisciplinari, mi sanno di genialità. Adoro mischiare arte e scienza, applicare la scienza all’arte e viceversa. Guarda Verga che ha applicato il darwinismo alla sociologia: è vero, funziona. Io quando ho studiato chimica, l’ho applicata invece all’antropologia: ed è comunque vera, ha riscontro. Però adesso concretamente con la medicina che possi fare? Ci penso. Probabilmente non potrò farci la tesi di laurea ma un libro forse sì.

Qual è l’arte, e qual è la scienza, tra darwinismo e sociologia? E tra chimica e antropologia?

Oh, be’, come arte considero in questo caso sociologia e antropologia: le scienze umanistiche. Verga ci ha scritto un romanzo. Ed io tutti i miei diari. Ma pure quella cosa che mi hai detto del tuo prof: io la trovo geniale! E se ti sorprende, una cosa è geniale.

Anche lì: due scienze… Ma la forma artistica è soltanto il modo per esporla, è il mezzo, non il fine, che non vuole assolutamente essere una critica.

Ma io la vedo come una cosa artistica, perché è geniale. È l’intuito di un singolo individuo che riesce a spiazzarti in una maniera eccezionale, riesce a sorprenderti. È per questo che è geniale. Perché non avevi potuto prevederlo.

Boh, non posso dirti nulla: se per te è arte, lo è. Per me lo è lo sport.

Però vedi? Io lo so che lo sport ti piace per quello, almeno credo… Le mosse che fanno, come le studiano, la metrica che prendono: ci siamo, lo trovi geniale, soprattutto se lo applichi ai tuoi giocatori preferiti.

 

Comunque, tornando al discorso di prima: io non credo ci sia bisogno di mettere in mezzo classi sociali, mi sembra solo un giochino per trovarti una collocazione. O forse sei anarchica e semplicemente non sopporti queste distinzioni.

In effetti ci sta. Una mia amica mi racconta di quanto lei lo sia. E ogni volta mi fa discorsi a cui non son più abituata. Ma lei è punk seriamente. Ascoltavamo i Sex Pistols e i The Clash insieme. Schools are prisons, forget the seasons. Il punk è anche questo, d’altronde.

Noi siamo borghesi. Nati e cresciuti nella borghesia, alta, media o bassa che sia. Sentire di non appartenere alla borghesia secondo me significa solo che non sentiamo di appartenere a nulla. Le altre classi le abbiamo viste solo nei film.

Sì ma se dovessi pensare a qualcuno che più si avvicina a te, io penserei a qualcosa di umile, non che ci voglio appartenere. 

Ma la borghesia è umile, la bassa borghesia lo è.

Ma cerca sempre di star dietro alla alta.

Per non farsi schiacciare.

Eh, tanto piacere, tanto i piccoli vengono sempre mangiati dai grandi, è l’evoluzione.

E allora che ti cambia “borghesia” o “plebe” se tanto alla fine c’è la nobiltà?

Si tratta di identità, non ruoli: mi rassomiglio di più, non mi ci riconosco. Ti dico, si tratta di un “dove ti riconosci di più?” e non “dove vuoi stare?”. Alla prima ti rispondo con un ceto umile, alla seconda con un medio-alto – che poi finiremo comunque ad essere e ritrovarci in un ceto medio-alto, se va tutto bene. Ecco, vedi, noi siamo animali e come tali abbiamo bisogno di una casa, di avere un territorio sempre e comunque. A volte ci sembra di stare in quello sbagliato, in quello non nostro. Ma ci stiamo comunque. Tipo, ti spiego, Jon Snow di Game of Thrones: lui presidia alla Barriera, la quale divide i sette regni dal Nord; nel Nord ci vivono i Bruti che, come la parola dice, sono popolazioni barbare; ebbene, per salvaguardare i sette regni, Jon Snow è partito oltre la Barriera coi suoi compagni, per attaccare i Bruti, mi pare, ma nel tragitto è stato rapito da loro stessi, e per sopravvivere ha dovuto fingere di essere uno di loro, altrimenti lo avrebbero ammazzato; ebbene, a volte è un po’ come essere Jon Snow: sei oltre la Barriera, oltre il tuo mondo, con persone che ritieni brutali, pericolose, ma comunque lontanissime da te, ma per sopravvivere devi spacciarti uno di loro anche se senti di non esserlo.

Pubblicato in: Amore, Poesie

Canto dell’anima

Io non ascolto le esigenze del corpo
io ascolto solo i canti dell anima
quand’essa si genuflette
a cogliere ogni stilla di pianto
sprizzata dagli occhi immani d’un fanciullo
strizzati dagli arcigni artigli
di una belva cupa e crudele
e attorno ad ogni goccia
non resta che un pozzo di notte
Pezzo di pane tra i denti

Rumorosi stridono i respiri dell’anima
forte il suo cuore vibra
come scosso da una turbolenza
scuoiato da quelle cruente zanne
La Bestia è ora sazia
tace e s’allontana
Vita che esala
L’anima è combattuta
ma non abbattuta
né s’abbatte
anzi s’arrabatta

Muto il corpo

Non una miofibrilla si scuote

Solo il cuore
trema

Solo
il cervello
dilaga

Sospira l’anima

Oceano di dolore

Solo poggiata su l’amore

Galleggia

 

Pubblicato in: Pensieri

Abbandono

Alla fine, la domanda non è “perché si vive” ma “per chi si vive”.

Alla fine il problema non è tanto la vita in sé quanto le persone che ci trovi dentro. Ti tocca accaparrarti quelle giuste, altrimenti è un disastro. Perché la vita è contorta di per sé, poi le persone, accidenti!, la imbrigliano di più. Ti tocca scegliere quelle che ti fanno sentire bene e ti motivano, ignorare quelle che ti disprezzano, riconoscere quelle giuste e scartare quelle di cui non puoi fartene un granché.

E quando tutto ti sembra filare liscio, e sei contento, il sospetto che altro non sia che un misero inganno ti assale, per quante ne hai viste. E fa bene, a salirti, almeno ti preannuncia il crollo della bellezza.

Ed ecco che allora, di nuovo, come di destino già programmato, ti tocca raccogliere i cocci in cui ti sei disfatto, rimontarli su, a fatica e dedizione, pur sciente che il collante non avrà mai quella qualità impeccabile da potersi opporre ad altre botte.

E ti ritrovi di nuovo così, i piedi infilati nel mare, come a cercare di lasciarti deglutire nella sua saliva spumosa e salata, come a cercare disperatamente di sparire e nascondere il passato, come a tentare silenziosamente di sgusciare via, dalla vita che si è presa gioco di te quando quella volta ti ha presentato, con un ghigno grande così sotto i baffi, quella persona che per tanto ti ha popolato il cuore per poi all’improvviso estirpartelo e buttartelo in pasto ai versi.

Già.

Ti ritrovi così, per l’ennesima volta, le mani cinte in grembo, come a contenere l’emorragia della tua anima, tra i denti una biro blu, come fosse il sigaro con cui spappolarti i polmoni e farcire di fumo aromatizzato il vuoto lasciato, il culo infossato sulla battigia, la mente arenata tra emozioni acri come limoni e pensieri vorticosi e instabili come barche nell’oceano in tempesta.

Disturbo. Così ti senti, disturbata.

Abbandono. L’abbandono è il tuo disturbo.

Ti ritrovi così, come ogni volta che ti sei fidata e ne sei stata felice, e dopo te ne sei amaramente pentita, perché di fidarti dell’unica cosa di cui avresti dovuto, del sospetto dell’inganno, ti sei rifiutata.

Ti ritrovi così, a fare della tua tristezza il tuo calamio, strabordante di fluido e lucido inchiostro nero, oscuro come il tuo dolore, tetro come la verità, buio come la santa notte.

Ti ritrovi così, ad imperlare i tuoi giorni di arte, come fossero una collana di versi.

Solo questa può essere la forza della delusione. Perché ti sei sbagliata, probabilmente, e non hai potuto riconoscere che questa non era una tra quelle persone giuste che dipanano la vita.

Pubblicato in: Pensieri, Poesie

Soliloquio di una negletta

Non è colpa tua. Non è mai stata colpa tua. Non eri tu, quella sbagliata, se non te la sentivi di restartene con persone piccole e grette, ottuse e chiuse nella loro mediocrità.

Ti incolpavano di arte e poesia, ti accusavano di solitudine e silenzio, e tu assecondavi le loro ingiurie, e sempre più vergognosa te ne trascinavi appresso la schiacciante responsabilità come un cadavere da occultare. Ma non è mai stato più falso di così. Tu eri giusta, andavi bene. Non dovevi essere tu l’imputata. Eri semplicemente un essere più sensibile, che necessitava di più tempo rispetto agli altri. Solo questo. Incompresa, e abbandonata nelle tue stesse mani, accartocciata tra i tuoi stessi visceri, costretta a startene con individui deviati, che dall’alto della loro bassezza ti snobbavano e deridevano. Tu incassavi tutto senza rifiatare. E avresti pure voluto chiedere scusa, se eri così chiusa e insicura, scusa per tutto ciò che ti ritrovavi ad essere senza volerlo, credendo che a desiderare il loro mondo sarebbe stato tutto più giusto. Ma ora sai, sei cosciente. Sei entrata in quel negozio, ieri, e ti sei sbilanciata di nuovo su quella vertigine di panico, con tutte quelle palate di musica insulsa a palla, e tutti quei ragazzetti pateticamente esaltati. Non è mai stata colpa tua. Sii fiera. Continua a girare con l’infinito in tasca, come un rosario, e lo stupore negli occhi, da recitare come un vangelo quando il sole abiocca e il cielo sfrigola sciogliendosi nel mare. Cerca la poesia, cercala ovunque, non ti stancare mai di ciò che sei, non ti stancare mai di aver scelto te stessa agli altri, di aver seguito le orme di una volpe sulla neve anziché la striscia di un cosmetico vuoto lungo l’asfalto. Solo con l’arte puoi esistere, solo arte puoi essere. Tu, fenomeno irripetibile. Tu, pezzo di arte arrangiato tra un grumo di mare ed uno sputo di pioggia, tra un goccio di dolcezza ed un sorso di tristezza.

Perdoni il passato passeggiando nel tempo, pesti un’auto e baci una quercia. Sei come una quercia, tu: taci libri.

Tu, con nelle vene iniettato ruvido ed acre inchiostro, con quell’odore pungente di sarcasmo, mestizia e saggezza, tu col sangue infettato dalla società che ti ha illusa e denigrata, Società della Condanna in cui sei finita rovinosamente incastrata, tu boccata spasmodica di poesia, tu trillo audace di colori: è così, è con l’arte che sbrani a bocconi rapidi e feroci la vita e ti divincoli dal re sgusciando via dal suo regno falso, ridicolo e infame, e puoi operare il Tempo con  maestria chirurgica. L’arte, tua sola vendetta.

Ma adesso, adesso, cosa ti resta da scrivere, più? Delle tue muse, afflitte e cadute, non ti restano che i denti canuti.

Pubblicato in: Pensieri, Poesie, Schizzi

Società

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Ridenti fanciulli dalle aguzze mole sanguinanti gli incisivi cavità orbitarie vuote e asciutte
Cellule in formato pixel persone in formato smart società in formato app
che paralizza e sviscera
facce vive come maschere felicità virtuale anime straziate
Ed eccolo, il Male
lo puoi vedere e palpare
Satana in confronto è un conforto
Eccolo, il Male
costruito da ruote, rotelle e serpi calpesta un qualsivoglia dio
scheletro necrotico e neoplastico di un mondo metaplastico
Ne sono io la definizione ne sono io la profanazione

Pubblicato in: Poesie

Fumo poetico

Implacabile cupidigia
di bellezza straziante
singhiozzata
con la veemenza d’un raptus celeste:
per tossire via gli abbracci,
quelli trattenuti,
e quelli inventati.
Sfiancante urgenza
di parole superbe,
che calpestino l’urlo
di un rimorso,
che sfregino
con la rabbia di tinte acriliche
la tela vuota e rude
di quest’anima scialba.
Truce tentazione di

Poesia.

Poesia cruda

e dolciastra

come una velenosa bacca
raccolta
s’una strada sterrata
tra felci e fame.

Poesia arcana

come un viandante
che ceda un tozzo di pane
ad un randagio cane.

Poesia

gettata giù

tutta d’un pezzo
come un sorso d’assenzio,
che corroda
i bordi bruciati
di sogni deturpati
dal destino più rancido.

Poesia

aspirata tutta d’un fiato

come una sigaretta,

che intasi
col suo fumo

la vita.

Pubblicato in: Amore, Piccolezze

La vita ai tempi degli esami

Finisco di sorseggiare ciò che rimane del mio scuro e dolce caffè. Mi alzo dalla sedia, mi sgranchisco le ginocchia, ripongo una carezza sulla grigia testolina di Damasco, stravaccato sulla tiepida cenere del camino, che ancora rumina i rimasugli del fuoco di ieri sera; freme nel suo torpore profondo, il micio, biascicando un rauco miagolio. Forse dovresti sgranchirti la voce anche tu, Dami.

Mi dirigo in bagno, mi infilo sotto una doccia calda e calmante. L’acqua scorre e scroscia, tampona ogni pensiero rumoroso, mi lava di dosso la notte residua.

Penso alla lezione di anatomia da concludere, penso che ci dovrò lavorare un po’, perché il prof non è stato per niente chiaro. Ed è una parte importante, su cui non si può trangugiare. Che prima o poi frutterà delle soddisfazioni. Mi verrà un colpo di genio, scoprirò qualcosa di strabiliante a riguardo, ci scriverò su una relazione, un articolo, un saggio, qualcosa, insomma, lo consegnerò al prof in persona, il quale potrà reagire in diversi modi: deridendomi, accogliendo la mia opera per cestinarla immediatamente dopo, o accogliendo la mia opera, rispettandola con cura e ricontattandomi tempo dopo per complimentarsi. Tra tutte e tre, preferisco immaginarmi nell’ultima: mi farà entrare nel suo team, a fare esperimenti per comprendere meglio il cervello umano, direzione Nobel! Eh, è davvero bello sognare, eh ragazza mia?!

Il profumo di bagnoschiuma si srotola per la stanza, mentre il vapore si addensa sulle pareti e una canzone di Brunori Sas s’infonde in ogni angolo. Mi piace la sua voce, profonda e suadente, pregna di una malinconia delicata, che non turba, no, ma lascia una patina di dolcezza su ogni piccola cosa che decanta. Ascolto la soavissima “Maddalena e Madonna”.

E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Eh, ragazza mia, stai pensando che ci dovrai parlare, ve’? Così non può continuare, così non ha proprio senso, ed è un vero peccato, lo sai. Magari ti stai solo fraintendendo, e fraintendere è la tua specialità, ma devi provarci, lo sai. Ci stai pensando già da un po’, e più ci pensi, meno riuscirai a tenertelo: ti sfuggirà dalle piccole e carnose labbra senza che tu te ne accorga, e a quel punto vorrai solo sprofondare tra le braccia di Lucifero. Glielo dirai, te lo prometti. Davanti ad una cioccolata calda, magari. Anzi no, meglio se durante una passeggiata, ché ti rilassi di più e ragioni meglio. Perché il bene che vi volete rischia di essere troppo, quasi incontenibile. Un bene al di là del semplice affetto, che sfiora qualcosa di molto più grande e complesso. Questo è il dubbio, questo il sospetto che ti sta corroborando già da un po’. Cosa siete l’uno per l’altra? Hai bisogno di capire, perché non ci stai più capendo nulla di tutto ciò. Se va bene, sarai contenta, o felice, non lo sai, ancora; male che vada, ti piangerà il cuore, e poi passerà, come ogni altro dolore. E, pensando al principio di questo singolare rapporto, ti stupisci di come il mero caso possa essere il germoglio di querce incredibili.

Un bacio, un errore, non restarci male, ti voglio bene, ma è meglio di no. E notti da frate indovino, a sputare il destino in fondo a un caffè, come un moscerino che affoga nel vino cercando un profumo che altrove non c’è: profumo di te, Maddalena e Madonna, ogni tanto ritorna la mia voglia di averti ancora… E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Linda e profumata, entro nella mia stanzetta incasinata. Il telefono è lì, abbandonato sulla scrivania, accanto ai libri e gli appunti, che tacciano, rimboccati dalla copertina del loro raccoglitore.

Ragazza mia, non arriverai mai preparata per il 12. E va be’, chissene, ci sta l’appello successivo, tanto!

Prendo posto sulla mia seggiola, pronta ad una boccata di neuroanatomia. Non ci vuole molto, ed è subito come dover disinnescare una bomba, ma la bomba non c’è, c’è solo questo orologio che non la pianta di ticchettare.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Ogni secondo che passa è un boato, un sordo precipitare nel fondo di questo concetto che non stai capendo. Non si può capire. Ti è capitato tra le mani sfogliando gli appunti, si è intorpidito leggendo il libro. Che cavolo vuole insinuare!? Ti metti a mobilitare mezza facoltà per chiedere che ti venga sbrigliato, ma tutti si trovano agonizzanti sulla tua stessa barca.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Muoviti, cervello, muoviti! Devi capirlo, accidenti!, tra un poco arriva l’esame e non avrò ancora finito il resto!

Tic-tac.

Muoviti, cervello, muoviti o la bomba esploderà!

Tic.

Tac.

All’improvviso, Damasco sbuca silenziosamente, lo sguardo sempre soporifero, bofonchia sempre un rauco miagolio. Non te la sei sgranchita la voce, eh, Dami? Va bene, resta pure, non mi dai fastidio, anzi.

Il micio salta su di me, accoccolandosi tra le cosce. Vibra sotto rassicuranti fusa. Certo che a te basta un paio di gambe od un caminetto per sentirti completo ed in pace col mondo, eh?!

 

Pubblicato in: Piccolezze

In bocca al lupo!

Io non mi scorderò mai della volta in cui tornai nella mia cittadina universitaria a gennaio, l’anno scorso. Fu un trauma.

Ricordo che pioveva a dirotto, e avevo quella valigiona da trascinarmi appresso, e dovevo raggiungere casa, in via Chieti, in quel quartiere sperduto e scordato anche da Dio, rigorosamente a piedi, forse perché non me la sentivo di restarmene un’altra oretta in stazione nella speranza che un pullman passasse.

Ci sarebbe stato un esame tra due giorni ed io mi sentivo del tutto impreparata, il che non faceva altro che infondermi una amichevolissima ventata d’ansia, addizionata ad un naturale senso di malessere che cominciava a germogliare nei miei visceri più profondi.

Cominciai ad addentrarmi lungo quel marciapiede grigio e sporco di fango, al cui fianco le auto sfrecciavano noncuranti, che non facevano altro che rinnovare il mio senso di solitudine e sfiga cosmica. Più proseguivo più mi bagnavo, in quella città sconosciuta, in cui avevo scelto di abbandonarmi al mio destino, in cui avrei dovuto vedermela a mani nude con ogni mio problema.

Ogni tanto dovevo fermarmi per alternare braccio, poiché mi sentivo letteralmente staccare quello che serrava il manico di quel frigorifero farcito di vestiti e viveri. La cosa non solo mi rallentava e m’inzuppava di pioggia e nervosismo, ma mi stremava, anche psicologicamente, persuadendomi che mai sarei giunta a destinazione.

Dopo un’ingente quantità di tempo, con sollievo arrivai a casa, infracidata ed esausta.

Era buio pesto, dentro, poiché le coinquiline presenti avevano serrato ogni persiana per evitare entrassero spifferi e si trattenesse meglio il calore. Cercai l’interruttore della luce e lo pigiai: a terra mi accolse un porcile orripilante. Mi chiesi da quanto tempo non si pulisse quello schifo e pensai che ci avrei dovuto pensare io, a questo punto. Feci finta di nulla, tuttavia, e salutai: mi rispose Ramona, dal piano di sopra, con la freddezza e la sufficienza di sempre. Le chiesi se avesse già pranzato e mi rispose seccamente di sì; le chiesi dove fosse Nadia e mi rispose che era andata a lezione. Bene, avrei mangiato con la stessa solitudine con cui avevo camminato sinora. Il solo pensarlo mi serrava lo stomaco, facendomi passare ogni voglia di addentare anche un solo boccone. E va be’, pazienza… Mi sarei scaldata quelle secche e fredde polpette che mamma mi aveva amorevolmente preparato la sera prima, già pregustando il loro intenso sapore di tristezza e nostalgia. Ora però dovevo far fronte ad una priorità, perché avevo urgenza di andare in bagno.

Scaricai i miei bagagli in stanza e mi ci fiondai. A questo punto, l’orrore mi ghiacciò e preferii tornare indietro, sinceramente provata: il water mi sorprese sporco, ma proprio lercio fino alla nausea. Tra me e me, me la presi a morte con quella stronza di Ramona, la cui stanza era al mio stesso piano, ed era per ciò lei l’imputata più probabile, mentre Nadia, invece, dormiva su. Ancora non ho imparato a dire le cose in faccia alla gente, soprattutto a quella che non conosco o che comunque mi trasmette un forte disagio. E con Ramona provavo un senso d’inadeguatezza fortissimo, quindi non sarei mai andata a lamentarmici, per quanto la cosa mi avesse toccata. Forse fu anche questo uno dei motivi per il quale venni inconsciamente scoraggiata a costruire un buon rapporto di amicizia con costei. Insomma, scelsi di non dirle nulla, e che avrei aspettato che se ne accorgesse da sola e che da sola rimediasse. Perché dovevo pulire io la merda di qualcun altro?! Non sono l’idiota di turno! Prima o poi, tanto, sarebbe rientrata e se ne sarebbe accorta, provvedendo subito a correggere il misfatto, con vergogna e pentimento. Me la immaginavo con gusto mentre mi bussava timidamente alla porta della stanza, e che, aprendola, me la ritrovavo in ginocchio a scusarsi, ed io che, poggiandole la mano sul capo chino, con un ghigno di trionfo le dicevo che l’avevo perdonata e che non era successo nulla.

Mi sentivo sola e triste fino all’angoscia.

Trovai sul letto il pensierino che aveva lasciato a tutte noi Ilenia, la coinquilina che se ne era andata via a dicembre avendo concluso il suo ciclo di studi: un portachiavi con un cioccolatino allegato. Mi commossi: non me la sarei mai aspettata! Le scrissi un messaggio. Guardai la data di scadenza del dolcetto, notai che ormai non era più buono e a malincuore lo buttai. Mi accorsi che nel salone mancava anche il televisore e tante altre cose sue con cui ero convissuta e che avevano riempito le nostre giornate. Mi sentivo il cuore in singhiozzi: mi ero affezionata ad Ilenia. Era davvero una brava ragazza, se non la mia prima, esemplare coinquilina, la persona che asciugò le mie primissime lacrime di lontananza. Quello stesso giorno seppi pure che non avrei nemmeno più rivisto Cecilia, un’altra coinquilina con cui avevo legato molto, perché aveva scelto di cambiare il suo percorso formativo. Mi stava molto simpatica, era divertente, un personaggio. Ci restai veramente male, insomma.

Più tardi, sentii Ramona scendere dal piano di su, in cui si apprestava a studiare, e dirigersi in bagno. Aspettai di sentire il rumore dello sciacquone ed i suoi passi risalire le scale, dopodiché, con mia grande gioia, ci rientrai anche io: tutto era rimasto come l’avevo lasciato io. La mandai a quel paese, ed imprecando e interrogandomi su quali fossero i problemi che affliggono certe persone, presi un disinfettante e risolsi con molto disgusto e tanta rabbia la cosa.

Fu davvero scioccante, quel giorno buio e freddo in tutti i sensi. Posso ancora respirarne la solitudine e palparne l’angoscia. Perciò ogni volta che devo prendere il treno per l’università, sento ancora il cuore spezzarsi. Spero non capiti più qualcosa di simile, e di non incrociare mai più, o quantomeno per brevissimo tempo, il cammino di gente così.

Ed ora fatti coraggio, ragazza mia: il ritorno incombe…