Pubblicato in: Amore, Poesie

Canto dell’anima

Io non ascolto le esigenze del corpo
io ascolto solo i canti dell anima
quand’essa si genuflette
a cogliere ogni stilla di pianto
sprizzata dagli occhi immani d’un fanciullo
strizzati dagli arcigni artigli
di una belva cupa e crudele
e attorno ad ogni goccia
non resta che un pozzo di notte
Pezzo di pane tra i denti

Rumorosi stridono i respiri dell’anima
forte il suo cuore vibra
come scosso da una turbolenza
scuoiato da quelle cruente zanne
La Bestia è ora sazia
tace e s’allontana
Vita che esala
L’anima è combattuta
ma non abbattuta
né s’abbatte
anzi s’arrabatta

Muto il corpo

Non una miofibrilla si scuote

Solo il cuore
trema

Solo
il cervello
dilaga

Sospira l’anima

Oceano di dolore

Solo poggiata su l’amore

Galleggia

 

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Pubblicato in: Amore, Piccolezze

La vita ai tempi degli esami

Finisco di sorseggiare ciò che rimane del mio scuro e dolce caffè. Mi alzo dalla sedia, mi sgranchisco le ginocchia, ripongo una carezza sulla grigia testolina di Damasco, stravaccato sulla tiepida cenere del camino, che ancora rumina i rimasugli del fuoco di ieri sera; freme nel suo torpore profondo, il micio, biascicando un rauco miagolio. Forse dovresti sgranchirti la voce anche tu, Dami.

Mi dirigo in bagno, mi infilo sotto una doccia calda e calmante. L’acqua scorre e scroscia, tampona ogni pensiero rumoroso, mi lava di dosso la notte residua.

Penso alla lezione di anatomia da concludere, penso che ci dovrò lavorare un po’, perché il prof non è stato per niente chiaro. Ed è una parte importante, su cui non si può trangugiare. Che prima o poi frutterà delle soddisfazioni. Mi verrà un colpo di genio, scoprirò qualcosa di strabiliante a riguardo, ci scriverò su una relazione, un articolo, un saggio, qualcosa, insomma, lo consegnerò al prof in persona, il quale potrà reagire in diversi modi: deridendomi, accogliendo la mia opera per cestinarla immediatamente dopo, o accogliendo la mia opera, rispettandola con cura e ricontattandomi tempo dopo per complimentarsi. Tra tutte e tre, preferisco immaginarmi nell’ultima: mi farà entrare nel suo team, a fare esperimenti per comprendere meglio il cervello umano, direzione Nobel! Eh, è davvero bello sognare, eh ragazza mia?!

Il profumo di bagnoschiuma si srotola per la stanza, mentre il vapore si addensa sulle pareti e una canzone di Brunori Sas s’infonde in ogni angolo. Mi piace la sua voce, profonda e suadente, pregna di una malinconia delicata, che non turba, no, ma lascia una patina di dolcezza su ogni piccola cosa che decanta. Ascolto la soavissima “Maddalena e Madonna”.

E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Eh, ragazza mia, stai pensando che ci dovrai parlare, ve’? Così non può continuare, così non ha proprio senso, ed è un vero peccato, lo sai. Magari ti stai solo fraintendendo, e fraintendere è la tua specialità, ma devi provarci, lo sai. Ci stai pensando già da un po’, e più ci pensi, meno riuscirai a tenertelo: ti sfuggirà dalle piccole e carnose labbra senza che tu te ne accorga, e a quel punto vorrai solo sprofondare tra le braccia di Lucifero. Glielo dirai, te lo prometti. Davanti ad una cioccolata calda, magari. Anzi no, meglio se durante una passeggiata, ché ti rilassi di più e ragioni meglio. Perché il bene che vi volete rischia di essere troppo, quasi incontenibile. Un bene al di là del semplice affetto, che sfiora qualcosa di molto più grande e complesso. Questo è il dubbio, questo il sospetto che ti sta corroborando già da un po’. Cosa siete l’uno per l’altra? Hai bisogno di capire, perché non ci stai più capendo nulla di tutto ciò. Se va bene, sarai contenta, o felice, non lo sai, ancora; male che vada, ti piangerà il cuore, e poi passerà, come ogni altro dolore. E, pensando al principio di questo singolare rapporto, ti stupisci di come il mero caso possa essere il germoglio di querce incredibili.

Un bacio, un errore, non restarci male, ti voglio bene, ma è meglio di no. E notti da frate indovino, a sputare il destino in fondo a un caffè, come un moscerino che affoga nel vino cercando un profumo che altrove non c’è: profumo di te, Maddalena e Madonna, ogni tanto ritorna la mia voglia di averti ancora… E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Linda e profumata, entro nella mia stanzetta incasinata. Il telefono è lì, abbandonato sulla scrivania, accanto ai libri e gli appunti, che tacciano, rimboccati dalla copertina del loro raccoglitore.

Ragazza mia, non arriverai mai preparata per il 12. E va be’, chissene, ci sta l’appello successivo, tanto!

Prendo posto sulla mia seggiola, pronta ad una boccata di neuroanatomia. Non ci vuole molto, ed è subito come dover disinnescare una bomba, ma la bomba non c’è, c’è solo questo orologio che non la pianta di ticchettare.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Ogni secondo che passa è un boato, un sordo precipitare nel fondo di questo concetto che non stai capendo. Non si può capire. Ti è capitato tra le mani sfogliando gli appunti, si è intorpidito leggendo il libro. Che cavolo vuole insinuare!? Ti metti a mobilitare mezza facoltà per chiedere che ti venga sbrigliato, ma tutti si trovano agonizzanti sulla tua stessa barca.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Muoviti, cervello, muoviti! Devi capirlo, accidenti!, tra un poco arriva l’esame e non avrò ancora finito il resto!

Tic-tac.

Muoviti, cervello, muoviti o la bomba esploderà!

Tic.

Tac.

All’improvviso, Damasco sbuca silenziosamente, lo sguardo sempre soporifero, bofonchia sempre un rauco miagolio. Non te la sei sgranchita la voce, eh, Dami? Va bene, resta pure, non mi dai fastidio, anzi.

Il micio salta su di me, accoccolandosi tra le cosce. Vibra sotto rassicuranti fusa. Certo che a te basta un paio di gambe od un caminetto per sentirti completo ed in pace col mondo, eh?!

 

Pubblicato in: Amore, Pensieri, Piccolezze, Poesie

Autunno

Di tanto in tanto il cielo si crepa in una fessura abbagliante, si fracassa in schegge di deflagrazione. Nel giardino folto di frasche, si sfalda e batte le foglie, che sui ramoscelli tentennano incerte.

Mi avvoltolo tra le lenzuola di lino fiorate della nonna: avvolgente è il loro odore morbido e pungente, odore di fresco e pulito, odore di nonna. Il freddo mordicchia la punta del naso che sporge. Mi stringo un po’ più in questo letto, assaporandone con gusto la delicatezza e il tepore. La stanza è semibuia, solo la luce azzurrina della lampada sul comodino riverbera tra le pareti verdi, cosparse di disegni e poesie, inondante dal soffuso e confortante scroscio della pioggia, ammorbidite dall’effluvio selvaggio ed irresistibile di terra bagnata che cola dalla finestra lasciata socchiusa.

Fuori, all’orizzonte, su un argenteo mare rabbioso, drappi di pioggia sfumeranno le nubi livide in rivoli d’ombra opaca. E tra i viali, vuoti, zuppi e rossicci, come un’ombra s’aggirerà silenziosa la malinconia.

L’Autunno s’incammina nei sentieri sterrati dell’anima, dolcemente, facendosi largo tra le passioni con la gentilezza di un galantuomo. La sua dolcezza ricolma ogni cosa, facendola brillare di un’emozione travolgente e misteriosa.

L’autunno è una stagione romantica in quanto triste: hai bisogno di cingerti a qualcosa, qualcuno, per non sentire il freddo lambirti. Nella tua consapevolezza, esso porta a galla ogni sentimento più autentico e spontaneo, lasciato a lungo accatastato in un angolo dell’anima. Ripristina la necessità di amore e rinnova l’indescrivibile bellezza di quello più intimo e primitivo, quello più puro e genuino.

L’autunno è una stagione struggente: il bello del degrado – la caduta dell’estate, il crollo delle frivolezze, la minaccia, feroce, del gelo – il senso di solitudine e di insignificanza di fronte alla veemenza dei suoi colori smorti e della sua efferata inquietudine – la necessità, estrema, di amare, il bisogno irrefrenabile di costruirsi e vivere intensamente una felicità composta da cose semplicissime e vere, giusto per proteggersi nel modo più sicuro dalla bestialità che la Natura diviene in questi mesi – Natura che finalmente può scatenarsi in ciò che realmente è, essendo dovuta rimanere docile negli ultimi tempi.

Serate preziose, a casa, nella visione di un film delizioso, sotto le coperte, al fianco di chi ami, e possibilmente anche al fianco di un caminetto acceso, con una tazza di cioccolata fumante sulle gambe a intiepidire il tutto.

L’autunno è il ritorno all’essenza più vera di ogni singola cosa del creato: l’uomo, spogliatosi del sopore della propria coscienza, può essere in grado di riconoscere di essere in realtà fragile e solo, smarrito come un insulso granello di polvere nell’immane magnificenza della Natura, sua madre maligna fine solamente a se stessa, e di aver pertanto bisogno di tornare umile e solidale con qualsiasi altro singolo elemento esistente per sopravvivere alla sua fisiologica, stupefacente crudeltà. Per questo l’Autunno è bellissimo. Perché è sublime: “l’orrendo che affascina“, che “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire” (E. Burke).

Il Sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.” (dall’opera “Del Sublime”, Anonimo – trad. G. Guidorizzi)

Accoccolato sulla poltroncina ed assonnato, il micio sospira, affievolendo il brontolio delle fusa.

«C’è qualcosa nell’arte, come nella natura, del resto, che ci rassicura, e qualcosa che invece ci tormenta, ci turba. Ci rassicura un prato verde pieno di fiori, un cielo azzurro senza nuvole; ci turba l’immobilità di un lago, la violenza di una tempesta. Ci placa la bellezza di una statua greca – di Fidia, la Venere di Milo…; ci sgomenta l’uomo di Friedrich, solo, dinanzi all’immensità del mare. Due sentimenti eterni, in perenna lotta: la ricerca dell’ordine e il fascino del caos. Dentro questa lotta abita l’uomo. Lì ci siamo noi. Tutti. Ordine e disordine. Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo: la vera forma di tutto ciò che è fuori di noi, come tutto ciò che è dentro di noi, è per gli uomini un eterno mistero. L’incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza. Ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al Caos. Ma quando ci accorgiamo del divario che c’è tra noi e il mondo, tra noi e noi, tra noi e Dio, allora scopriamo che possiamo ancora provare stupore. Che possiamo gettare uno sguardo intorno a noi come se fossimo davvero capaci di vedere per la prima volta.» (dal film “Il rosso e il blu”)

Sorrido, intrisa da questo sconcertante incanto.

Pubblicato in: Amore

perché siamo strane..

Quante persone incontriamo tutti i giorni. Quanti ciao, quante strette di mano, quanti sguardi.

Arriviamo a casa la sera che abbiamo fatto il pieno. Siamo stufi del telefono, delle parole, dei sorrisi.

Quante persone abbiamo cercato nella nostra vita, con quante abbiamo stretto dei rapporti più o meno piacevoli, più o meno intimi.

Persone che sono passate nella nostra vita lasciando dei segni. Qualcuno profondo e piacevole, qualcuno meno. Qualcuno senza lasciare traccia.

Quanti ti amo, ti voglio bene, mi manchi abbiamo detto. Tanti. Continua a leggere “perché siamo strane..”

Pubblicato in: Amore, Autrici, Conversazioni, Piccolezze

Rho – (co)relazioni

 

  • io:  ho visto che hai scritto sul blog… ma devo leggere con calma..
  • socia: allora non dirmi che hai visto perché propriamente non è così!
  • i:  ho visto senza leggere… o meglio.. ho letto senza attenzione..
  • s: “visto” è giusto, “guardare” no!
  • i:  però ho letto :))
  • s:ma mi prendi in giro??? (lei ha usato un francesismo)
  • i: io ho scritto “visto”,  sei tu che hai aggiunto “guardare”….
  • s:  io avevo inteso guardare… poi hai scritto “non ho letto” quindi ho inteso “visto”
  • i: sembriamo Totò e Peppino…

Continua a leggere “Rho – (co)relazioni”

Pubblicato in: Amore, Conversazioni, Piccolezze

“La felicità è un muscolo volontario”

La prima lezione di anatomia non si scorda mai

Io cerco di essere chiaro, ma, voglio dire, non sempre ci riesco, poche volte ci riesco, e dunque, durante il corso, durante, senza problemi, vi invito io a fermarmi e dire “io non ho capito nulla”, e si ricomincia, senza problemi, perché l’obiettivo nostro è quello di formare dei medici. Per cui,A-vJfBICYAEM0B- quello che vi voglio dire subito è questo: tutti noi siamo più o meno timidi, più o meno ansiosi, non ci si può fare niente, ma chi ha scelto di fare Medicina, queste caratteristiche personali non le può lasciare andare, non dice “io son fatto così” perché, per esempio, se uno è ansioso e si trova di fronte a una persona che ha un infarto, non può dire “uh! uh!”. Se tu sei medico non lo puoi dire, dico, perché se sei un macellaio sì. Voi non dovete avere paura, voi non dovete cercare di dimenticare, di modificare la vostra ansia. Sto dicendo che l’ansia è un campanello d’allarme fondamentale. Se non ci fosse l’ansia noi non saremmo qua – la paura del serpente e così via… Vi dico, la paura va gestita, se tu fai la nostra professione. E così l’altra, la timidezza. Più o meno siamo tutti timidi, non c’è problema, c’è chi non lo è: io vi consiglio di fare domande, perché, vedete, le domande non sono mai stupide, mai. Sono informazioni. Io stesso son vecchierello, tantissime cose non le so, e che problema c’è?! Ok? E allora… Perché? Perché l’obiettivo è diventare medici. E diventare medici, come vi avranno detto, e se non ve l’ha detto nessuno ve lo dico io, si ha a che fare con la vita delle persone.

La nostra professione ha qualcosa di presuntuoso. Nel senso: tu c’hai un problema, c’hai un tumore, c’hai un infarto del miocardio? Io te lo risolvo. E’ una bellissima cosa. Ma voi capite che… Voi fate qualsiasi richiesta che volete: vicino agli ospedali non ci vuol passare nessuno. Nessuno vorrebbe venire là, perché se le persone vi cercano è perché hanno da risolvere i loro problemi, e non vengono da voi perché siete della Fiorentina, della Juventus, del Napoli o perché siete dello stesso… Perché gli date una professionalità. E allora per costruirsi questa professionalità, dobbiamo scrollarci di dosso tanti pregiudizi che tutti noi abbiamo. E quindi colgo l’occasione di dirvi: in queste aule, nelle aule universitarie, le opinioni personali devono rimanere a casa, perché il più delle volte sono deleterie. Nelle aule universitarie s’impara il metodo, il metodo scientifico. E qual è il metodo scientifico? Gli scienziati fanno carriera se pubblicano sulle riviste e spiegano; quelle che hanno più punteggio, hanno più credibilità e, diciamo, raccolgono scoperte molto più importanti. “Mio cugino c’aveva una malattia, è andato a camminare la mattina con la brezza delle 6 e un quarto e, ora: gli avevano detto non c’era rimedio, ed ora sta sano come un pesce”: non ce ne sono terapie che uno alle 6 va a camminare, o gira il parco, ok? “Ma egli sta meglio”: poi vedremo, vedrete, tutto l’Effetto Placebo, come si spiega. Il concetto qual è, figlioli? Il concetto è questo – come quando viene fuori la Cura Di Bella: che la chemioterapia, quando voi avete un bambino di un anno, due anni, e che ha un tumore, una leucemia, e gli dovete fare una chemioterapia, e questo vi vomita, piange: qual è quel medico che vi dice “guarisce”? Nessuno. E allora se a una famiglia che ha un bambino così gli dite: “Io c’ho questa terapia, il bambino non sente nulla, e guarisce” e la famiglia gliela fa: ci crede. Ok? Queste sono le scelte tragiche che voi dovrete gestire. Perché purtroppo la Medicina su molte situazioni e su tante altre vi darà tanta soddisfazione, ma su tante altre… Cioè, quando si parla della vita, ragazzi, non si scherza. E ognuno la gestisce come vuole. Ma voi siete obbligati a proporre non i maghi e le fattucchiere e i miracoli: voi siete obbligati a indicare, non ad obbligare. Non si può obbligare nessuno, lo sapete. Voi siete obbligati a proporre la medicina ufficiale ma non a denigrare, a prendere in giro persone che non la  gradiscono. Perché voi non dovete mai abbandonare il malato. Il malato vuole accoglienza. Vuole questa empatia, il dialogo con voi. Per cui, voi avete questo obbligo, di formarvi tecnicamente. Ma guardate, è un obbligo morale, intellettuale, perché se uno si prepara, non può dare una terapia moderna, efficace, efficiente. E questo, voi lo capite bene, è il basic. Voi dovete studiare 49646493-baf5-4879-a3a5-f284a293cb43per prepararvi bene, ma non basta: la nostra professione prevede due tipi di virtù, che poi  ognuno se le gestisce come vuole: quella tecnica, e quella morale. Quella morale vi obbliga a fare una mastectomia se è necessaria per il bene del paziente. Voi dovete sempre operare non per il proprio bene, non perché vi chiamate il paziente cento volte per prendervi i soldi, voi dovete sempre… E, vedete, la Medicina è un’arte, una scienza complessa. Perché le persone non… Voi, quando vedete una persona in carrozzina: viene sempre portata da un’altra persona, no? Voi lo potete sperimentare mentalmente: quando noi abbiamo sempre bisogno di una persona, la nostra vita non è come la vorremmo, non siamo liberi. C’è sempre questo cordone ombelicale, questa riconoscenza che abbiamo. E dunque, dove voglio arrivare? Voglio arrivare che: il medico fa il vero medico quando, se è possibile, non vede più il malato. Questo è per dirvi come noi dobbiamo fare felici le persone. E una delle caratteristiche della felicità è l’autonomia, “Non ho bisogno di nessuno”. Questo è il nostro secondo obiettivo. Oltre alla preparazione tecnica, è chiaro, quest’altra ci deve sempre accompagnare: rendere il malato una persona autonoma. Le persone vengono da voi per non venirci più. E voi dovete cercare di fare questo, se è possibile, perché le fate felici. Perché la nostra professione è una professione che ha alla base la solidarietà. Poi ognuno lo fa per fare quello che vuole, fare soldi, per carità di Dio, non c’è problema, ma la base è questa. E allora voi a lezione mi dovete interrompere e dire “Io non ho capito nulla”. E’ questo è un percorso formativo universitario che nel caso della Medicina è fondamentale, perché quando siete sul malato, lì non vi fa sconti nessuno. Voglio arrivare a dire che non potrete dire “Io ho sbagliato”. Lì le ansie non hanno un reparto. O sei vivo o sei morto. Quando uno è morto, non c’è niente da fare. Allora, le vostre ansie, le vostre timidezze, in questi sei anni, non le dovete vedere come un impedimento ma come un percorso che vi aiuta a gestirle quando non ci sono conseguenze per gli altri. Ok?

Pubblicato in: Amore

Un giorno. Una notte.

dolcezza

Ci sono persone che hanno l’amore negli occhi. Te ne accorgi dalla luce che vi è racchiusa dentro. Dagli sguardi affettuosi. Dall’attenzione che riescono ad attirare senza fare altro che guardarsi intorno. E’ quel tipo di amore rassicurante, silenzioso, verso le persone care, gli amici, i figli, il marito, la moglie. E’ un amore profondo, e consapevole che difficilmente potrà sparire da un giorno all’altro.
Certe persone l’amore ce l’hanno sulle labbra. Il sorriso accogliente che ti mette di buon umore. Invitante che ti fa venir voglia di parlare.
Un amore fatto di parole, di ti voglio bene, stai attento, mi raccomando, come stai, mi manchi. E’ un amore esplicito. Facile da dire, facile da capire. Un amore presente. A volte forse è lì solo per abitudine, per necessità. Ma c’è. Ed è impossibile non notarlo.
Ci sono persone per le quali l’amore passa dalle mani. Persone che ti toccano, ti accarezzano, ti abbracciano. E’ un amore che ha bisogno del contatto, un amore protettivo, fisico. Un amore forte che ha bisogno di altre mani, oppure occhi oppure labbra. E’ un amore che ha bisogno di risposte.
A volte l’amore non si vede. Qualcuno ce l’ha, ma è più nascosto. Non puoi trovarlo così facilmente. Non è esplicito. Abbassa lo sguardo. Non chiede risposte. C’è ma bisogna essere attenti per poterlo scorgere. Bisogna aver voglia di guardare e imparare a vedere. E’ un amore che se ne sta buono in attesa di qualcuno che lo intuisca.
Tutti siamo stati una di queste persone, oppure tutte. Impossibile non essere stati nessuna di loro. Impossibile non avere accanto un compagno, un figlio, un genitore che non sia uno di loro. Tutti abbiamo suscitato l’amore. Tutti l’abbiamo donato, in un modo o nell’altro.
E non è una cosa che si decide, non si può dire qual’è il modo migliore, quale il più convincente.
Ha un bel dire chi pretende di dar consigli in merito.
L’amore.
L’importante è capirlo.