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Abbandono

Alla fine, la domanda non è “perché si vive” ma “per chi si vive”.

Alla fine il problema non è tanto la vita in sé quanto le persone che ci trovi dentro. Ti tocca accaparrarti quelle giuste, altrimenti è un disastro. Perché la vita è contorta di per sé, poi le persone, accidenti!, la imbrigliano di più. Ti tocca scegliere quelle che ti fanno sentire bene e ti motivano, ignorare quelle che ti disprezzano, riconoscere quelle giuste e scartare quelle di cui non puoi fartene un granché.

E quando tutto ti sembra filare liscio, e sei contento, il sospetto che altro non sia che un misero inganno ti assale, per quante ne hai viste. E fa bene, a salirti, almeno ti preannuncia il crollo della bellezza.

Ed ecco che allora, di nuovo, come di destino già programmato, ti tocca raccogliere i cocci in cui ti sei disfatto, rimontarli su, a fatica e dedizione, pur sciente che il collante non avrà mai quella qualità impeccabile da potersi opporre ad altre botte.

E ti ritrovi di nuovo così, i piedi infilati nel mare, come a cercare di lasciarti deglutire nella sua saliva spumosa e salata, come a cercare disperatamente di sparire e nascondere il passato, come a tentare silenziosamente di sgusciare via, dalla vita che si è presa gioco di te quando quella volta ti ha presentato, con un ghigno grande così sotto i baffi, quella persona che per tanto ti ha popolato il cuore per poi all’improvviso estirpartelo e buttartelo in pasto ai versi.

Già.

Ti ritrovi così, per l’ennesima volta, le mani cinte in grembo, come a contenere l’emorragia della tua anima, tra i denti una biro blu, come fosse il sigaro con cui spappolarti i polmoni e farcire di fumo aromatizzato il vuoto lasciato, il culo infossato sulla battigia, la mente arenata tra emozioni acri come limoni e pensieri vorticosi e instabili come barche nell’oceano in tempesta.

Disturbo. Così ti senti, disturbata.

Abbandono. L’abbandono è il tuo disturbo.

Ti ritrovi così, come ogni volta che ti sei fidata e ne sei stata felice, e dopo te ne sei amaramente pentita, perché di fidarti dell’unica cosa di cui avresti dovuto, del sospetto dell’inganno, ti sei rifiutata.

Ti ritrovi così, a fare della tua tristezza il tuo calamio, strabordante di fluido e lucido inchiostro nero, oscuro come il tuo dolore, tetro come la verità, buio come la santa notte.

Ti ritrovi così, ad imperlare i tuoi giorni di arte, come fossero una collana di versi.

Solo questa può essere la forza della delusione. Perché ti sei sbagliata, probabilmente, e non hai potuto riconoscere che questa non era una tra quelle persone giuste che dipanano la vita.

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Pubblicato in: Pensieri, Poesie

Soliloquio di una negletta

Non è colpa tua. Non è mai stata colpa tua. Non eri tu, quella sbagliata, se non te la sentivi di restartene con persone piccole e grette, ottuse e chiuse nella loro mediocrità.

Ti incolpavano di arte e poesia, ti accusavano di solitudine e silenzio, e tu assecondavi le loro ingiurie, e sempre più vergognosa te ne trascinavi appresso la schiacciante responsabilità come un cadavere da occultare. Ma non è mai stato più falso di così. Tu eri giusta, andavi bene. Non dovevi essere tu l’imputata. Eri semplicemente un essere più sensibile, che necessitava di più tempo rispetto agli altri. Solo questo. Incompresa, e abbandonata nelle tue stesse mani, accartocciata tra i tuoi stessi visceri, costretta a startene con individui deviati, che dall’alto della loro bassezza ti snobbavano e deridevano. Tu incassavi tutto senza rifiatare. E avresti pure voluto chiedere scusa, se eri così chiusa e insicura, scusa per tutto ciò che ti ritrovavi ad essere senza volerlo, credendo che a desiderare il loro mondo sarebbe stato tutto più giusto. Ma ora sai, sei cosciente. Sei entrata in quel negozio, ieri, e ti sei sbilanciata di nuovo su quella vertigine di panico, con tutte quelle palate di musica insulsa a palla, e tutti quei ragazzetti pateticamente esaltati. Non è mai stata colpa tua. Sii fiera. Continua a girare con l’infinito in tasca, come un rosario, e lo stupore negli occhi, da recitare come un vangelo quando il sole abiocca e il cielo sfrigola sciogliendosi nel mare. Cerca la poesia, cercala ovunque, non ti stancare mai di ciò che sei, non ti stancare mai di aver scelto te stessa agli altri, di aver seguito le orme di una volpe sulla neve anziché la striscia di un cosmetico vuoto lungo l’asfalto. Solo con l’arte puoi esistere, solo arte puoi essere. Tu, fenomeno irripetibile. Tu, pezzo di arte arrangiato tra un grumo di mare ed uno sputo di pioggia, tra un goccio di dolcezza ed un sorso di tristezza.

Perdoni il passato passeggiando nel tempo, pesti un’auto e baci una quercia. Sei come una quercia, tu: taci libri.

Tu, con nelle vene iniettato ruvido ed acre inchiostro, con quell’odore pungente di sarcasmo, mestizia e saggezza, tu col sangue infettato dalla società che ti ha illusa e denigrata, Società della Condanna in cui sei finita rovinosamente incastrata, tu boccata spasmodica di poesia, tu trillo audace di colori: è così, è con l’arte che sbrani a bocconi rapidi e feroci la vita e ti divincoli dal re sgusciando via dal suo regno falso, ridicolo e infame, e puoi operare il Tempo con  maestria chirurgica. L’arte, tua sola vendetta.

Ma adesso, adesso, cosa ti resta da scrivere, più? Delle tue muse, afflitte e cadute, non ti restano che i denti canuti.

Pubblicato in: Pensieri, Poesie, Schizzi

Società

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Ridenti fanciulli dalle aguzze mole sanguinanti gli incisivi cavità orbitarie vuote e asciutte
Cellule in formato pixel persone in formato smart società in formato app
che paralizza e sviscera
facce vive come maschere felicità virtuale anime straziate
Ed eccolo, il Male
lo puoi vedere e palpare
Satana in confronto è un conforto
Eccolo, il Male
costruito da ruote, rotelle e serpi calpesta un qualsivoglia dio
scheletro necrotico e neoplastico di un mondo metaplastico
Ne sono io la definizione ne sono io la profanazione

Pubblicato in: Pensieri, Racconti

Peposo efficientamento

Sul sito dell’Accademia della Crusca è disponibile un modico spazio ove gli utenti possono segnalare le parole più usate, per agevolare la loro ascesa nel vocabolario della lingua italiana (consultabile al link http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/parole-piu-segnalate). Come sarebbe la nostra splendida lingua se un giorno quelle parole prendessero il sopravvento sulle altre, sbranando senza pietà pure quelle più belle? Questo post non è solo un timido tentativo di riflessione, ma anche un dilettevole esperimento simil-futurista, che ipotizza una situazione in questa distopia linguistica e sociale: il confronto tra due amici che si amano e che in fondo ancora sperano nel ritorno alla normalità. 

« Ciaone! »
« Bra! »
« Sei stracco? »
« Mah, vorrei divaneggiare. »
« Divanizzati per il freekend: ci appuntamentiamo una diabematica fikcionetta! Ti pigiami felicioso e, nutellandoci, ci sguardicchiamo una dolcerrima storia di twitteratura! »
« La verità è che ansieggio un po’… »
« E perché sei così agitatoso? »
« Sai, dei fanapolisti mi bullizzano perché non sono figoso: io non voglio essere un fanvij come loro. E soprattutto io non sono riderissimo come loro sberlano: son loro i tali! »
« Mmobbasta! Feisbukka che non ne puoi più del loro furbante trollare! »
« Shish. »
« Il loro lollare è sfangante! Devi spammarli! »
« Non essere scoccioso: ti scrinsciotterei una fatichissima, se potessi!! »
« Siamo passeggianti affinché ciattiamo, tu ti scioltisca e io ti sconvinca. Ti serve un aiutamento. »
La silenzitudine del suo babbano amico Key intorpicava il loro network. In Key, d’altra parte, una maraonda di bruciosi pensieri venteggiava nel suo cuore. Sapeva che sarebbero sembrate sciocchezzerie, per cui provava una polpettosa disagiatezza che non riusciva a postare e lo faceva sentire giusto uno spetalato webete.
« Scialla. Twittami le tue emozioni. »
« Sono ingioioso, disallegro, rancorato. Buioso. In testa ho uno spaginìo di petalame che neanche potresti internettare! »
« Intraleggo una cucciolite acuta in versione premium. Opiniono sia diffacile impremierarsi una qual certa alpinità a se stessi, è socialogico. Ma ci fotoscioppo io, a rincappottarti! »
« Pandesco! »
« Tu sei il mio abbraccioso ed arcobalenico fantaposto in cui un innaffiaggio antibioticizzato mi infelpa l’anima raffredorita. Demarzializza la tua immaginazione, orofusca il razionale amarezzo con l’incanto della fantasia e sguardala appendolata! »
La stufezza di Key nannò: « Mi sei guidante… »
Key era capelloso, e la sua bionditudine saporosa e profumante. Zed non voleva friendzonarlo. Spoilerò: « Un trucioloso, pixeloso tablet non potrà mai remotizzare un’attitudine infinitultipla! La tua pucciosa dolcezza mi killa, la tua coccolosa originalità mi aspirapolvera! Fanculizza quelli e docciati con me: io ti amoro, riccioloso mammoccetto mio! »
« Ora sono entusiasto… » Key non l’ebbe presammale. E furono sbaciucchiosi e limonosi, e fu divertentismo.
Quella sera selfarono che per apericena avevano kebabbato, ed anche mandibolato birrosi e mentolosi drink disiscaldati dal freddo di febbraio.
La loro relazione ciccioneggiò: a furia di uozzappare e snapciattare, cominciarono a venire spesso gugolati. Allorché, con graffialismo nerdarono un infiorescente ebuk sull’amore universale e famosarono.

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Passero

Il cortile era immerso nell’ombra del tramonto. Oltre il muretto, una luce calda dilagava tra le campagne selvagge. Dalla finestra del primo piano, si spense una luce, dopodiché si richiuse il cancello e l’ultima macchina rimasta se ne andò via.

Si guardò attorno circospetto: non un’anima distorceva quel silenzio regale. Decise di svolazzare sul davanzale di quella finestra e appollaiarcisi. Finalmente, era calata la tranquillità del crepuscolo. Adorava questo momento della giornata.

Andandosene via dal suo nido, quella scuola era ciò che di più confortevole avesse individuato. Era solo, non aveva nessun altro all’infuori di quelle presenze umane, che venivano ad animare quello sprazzo di ciò che lui considerava il proprio paradiso. Da tempo cercava di convincersi che così stava bene e da solo si bastava, tanto c’erano gli esseri umani a stemperare la pesantezza della propria solitudine. Si sentiva ormai parte di loro e della loro comunità. Gli esseri umani… Sua madre si raccomandava di stare alla larga da quei mostri. Lui si era fidato delle sue apprensioni finché non si era insediato là: aveva appurato che in fondo non erano brutte creature. Se ne stavano là, nella bolla della loro quotidianità, e non davano fastidio per quanto rumorosi fossero. Alle volte gli lasciavano anche pezzi di pane e lui gliene era più che grato. Non capiva tuttora la diffidenza di sua madre. E vederli dall’alto sicuramente lo aiutava a non averne paura, o comunque a sfatare il mito della loro pericolosità: li poteva vedere piccoli, contratti nella loro innocenza e beatitudine. Gli parevano esseri nobili e si stupiva della loro intelligenza. Non erano come i cani che gli abbaiavano appresso, o i gatti che cercavano di acciuffarlo a tutti i costi.

Comunque, non riusciva ad illudersi per quanto si sforzasse: in fondo, non era felice. E lo sapeva. Gli mancava qualcosa, qualcuno. E siccome la freddezza e la distanza erano il guscio senza il quale la sua tenerezza si sarebbe spappolata e liquefatta, in cuor suo sperava che un giorno un altro suo simile, passando di lì, si sarebbe accorto di lui.

D’un tratto, un improvviso ticchettio lo strappò dai suoi pensieri. Non ci badò e continuò a sonnecchiare.

Lo udì nuovamente. Aguzzò l’udito. E poté sentirlo ancora, e ancora. Era ovattato e proveniva dalle sue spalle. Strizzò gli occhi e si voltò.

Rimase incredulo: nella stanza, un suo simile si dimenava, sbattendo penosamente contro il vetro della finestra. E la cosa era del tutto surreale, perché era un passero con forme e colori diversi dai suoi, mai visti. Era bianco, adombrato da simboli scuri, neri, che si ripetevano a intervalli regolari. Non aveva volume. Le sue forme erano regolari, geometriche, squadrate. Spigolose, come il suo carattere. E soprattutto non aveva occhi. Carta, aveva imparato dagli umani. Un passerotto di carta. Che tentava di evadere. Era pazzesco.

«Mi guardi senza muovere una piuma?! Aiutami!» lo sorprese nella sua meraviglia. Si sentì impacciato, si scosse un poco riprendendosi. Il suo cervello elaborò in pochi secondi una soluzione: conosceva quel posto come le sue ali.

«Sì!» ora era in sé. Fece il giro dell’edificio, arrivò ad una finestra posta in alto. Veniva sempre lasciata semiaperta. Da lì lui riusciva a infiltrarsi tranquillamente, era solito farlo nelle giornate di pioggia. Scivolò dentro come una goccia d’acqua, volò sulle scale e raggiunse la stanza.

Il passerotto di carta lo attendeva sul davanzale. Era accovacciato come lo era stato lui fino a poco fa. Aveva il fiatone. Ed era stupendo.

«Dobbiamo muoverci.» sentenziò. E furono nuovamente fuori, nel cortile. Lui si diresse verso il pino, ma il suo nuovo amico non lo seguì: continuò a proseguire in cielo. Si rattristò: non voleva tornare solo proprio adesso che finalmente aveva conosciuto qualcuno con cui rendere più appetibile la propria vacua e monotona esistenza. Ma nemmeno voleva lasciare quel posto che adorava. Allora scelse di andare appresso all’amico per persuaderlo a restare.

Era incredibile la sua velocità di volo, non riusciva a stargli al fianco ed era costretto ad arrancargli di dietro.

«Non torni?»

«No.»

«Voli proprio via?»

«Per forza!»

«Perché?»

«Zitto e sbatti quelle ali!»

Offeso dai suoi modi bruschi e stregato dalla sua maestosità, obbedì.

Raggiunsero una pineta, atterrarono sul ramo di un eucalipto. A dir la verità, era inebriante l’odore di mare e di arbusti, e il fruscio del vento, e i mugolii degli altri animali. Il bagliore della luna era smagliante.

«Là non ti piaceva?»

«Là ci sono gli umani.»

«Qua ci sono gli animali.»

«Mi prendi in giro?»

«Per carità.»

«Stupido! Vorrei essere un umano per ferirti, ecco!»

«Ma gli umani mica feriscono.»

«No, accarezzano!»

«Ma cosa ne sai, tu? Sei fuggito da loro senza nemmeno darti il tempo di conoscerli.»

«Forse, se son fuggita, un motivo c’è stato!»

«Posso sapere quale?»

«Io son stata creata dagli umani stessi. Sono stata plasmata raccogliendo giorno per giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, la loro perfidia ed il loro dolore. Non sono creature felici. Sono sole e fragili, quindi sono megalomani e superbe. Se non me ne fossi andata via, mi avrebbero straziata.»

«Io, fossi in te, non ne sarei così certo. Non hanno mai fatto nulla di male.»

«Sol perché ne sei rimasto illeso tu, non significa che effettivamente non lo siano.»

«Mi cedevano il loro cibo.»

«Ti buttavano i loro scarti.»

Gli riecheggiava in mente la voce di sua madre, carica di affetto e preoccupazione. Cominciava a girargli la testa. Si stava pentendo di aver seguito quell’individuo fin qui. Voleva tornare a casa.

«Gli umani imbracciano il fucile e ti vengono a dare la caccia. E giusto per il gusto di farlo. Così con te e coi loro stessi simili. Credi che siano più forti, più brillanti e sensibili di chiunque, ma ti sbagli.»

Si sentiva tradito da un essere che aveva amato sin da subito e offeso per degli esseri che amava da sempre. Un senso di disgusto aveva screpolato lo stupore iniziale, dandogli la nausea. Voleva andar via.

«Sono contraddistinti da una bontà che tanti altri animali non hanno.»

«Anche gli altri animali ce l’hanno.»

«Ho visto umani accorrere altri umani feriti.»

«Anche una tigre si ferma a lappare le ferite di un’altra tigre trovandola ferita sul proprio cammino. Gli umani non son per niente diversi da tutti gli altri. Son solo più superbi ed infidi.»

«Non è vero.» sibilò. «Gli umani crescono con affetto i canarini!»

«Li crescono in gabbia

La repulsione crebbe in lui. Era una cosa inammissibile, che nemmeno il concetto di affetto poteva giustificare. Soprattutto per lui, che aveva liberamente scelto di andarsene dove meglio voleva. Privare una creatura della propria libertà…

«Sei credibile come una tegola che ride.» sbottò.

«Ascolta: io ti ho restituito la libertà dalla loro gabbia. Qui sei al riparo dalla loro ferocia, qui puoi lasciarti andare nel tuo divenire, passero.» sorrise. A lui parve con malizia.

Il bagliore della luna si era intensificato. Era incomparabile con quello che vedeva dalle sue parti, perennemente contaminato dalle luci artificiali. Era più puro. Anche se la compagnia non era di suo gradimento, quel chiarore lo stava facendo sentire bene.

No, non poteva abboccare così. Non era giusto nei confronti della sua comunità.

«No, io non la penso affatto come te. Questa non è la mia felicità. Essa è altrove. Io torno da loro, se tu vuoi restare qui, da sola, resta pure. Non puoi giudicare qualcuno se nemmeno l’hai conosciuto. Io ci convivo ogni giorno. Addio, passero di carta.»

Un po’ gli dispiacque quando si allontanò da quella pineta, poiché una limpida armonia stava estasiando i suoi sensi, ma non poteva rinunciare agli umani. Gli umani gli trasmettevano l’idea di allegria, unione e intraprendenza. Per questo gli piacevano. Cosa poteva capirne un misero pezzo di carta?

L’alba cominciava a spennellare di luce e tepore la notte e i primi profili della città a delinearsi. Uno scoppio improvviso ingombrò la sua mente. Un dolore insopportabile cominciò a diffondersi dal petto a tutto il corpo. La vista gli si appannò e cominciò a perdere quota. Riuscì a scorgere l’ombra di un paio di umani che avanzava. Pensò all’incontro di poco fa col passero di carta, e a sua madre.

Il passero di carta cadde a terra, le parole sbavarono e l’inchiostro cominciò a scorrergli addosso, annerendolo.

Pubblicato in: Amore, Pensieri, Piccolezze, Poesie

Autunno

Di tanto in tanto il cielo si crepa in una fessura abbagliante, si fracassa in schegge di deflagrazione. Nel giardino folto di frasche, si sfalda e batte le foglie, che sui ramoscelli tentennano incerte.

Mi avvoltolo tra le lenzuola di lino fiorate della nonna: avvolgente è il loro odore morbido e pungente, odore di fresco e pulito, odore di nonna. Il freddo mordicchia la punta del naso che sporge. Mi stringo un po’ più in questo letto, assaporandone con gusto la delicatezza e il tepore. La stanza è semibuia, solo la luce azzurrina della lampada sul comodino riverbera tra le pareti verdi, cosparse di disegni e poesie, inondante dal soffuso e confortante scroscio della pioggia, ammorbidite dall’effluvio selvaggio ed irresistibile di terra bagnata che cola dalla finestra lasciata socchiusa.

Fuori, all’orizzonte, su un argenteo mare rabbioso, drappi di pioggia sfumeranno le nubi livide in rivoli d’ombra opaca. E tra i viali, vuoti, zuppi e rossicci, come un’ombra s’aggirerà silenziosa la malinconia.

L’Autunno s’incammina nei sentieri sterrati dell’anima, dolcemente, facendosi largo tra le passioni con la gentilezza di un galantuomo. La sua dolcezza ricolma ogni cosa, facendola brillare di un’emozione travolgente e misteriosa.

L’autunno è una stagione romantica in quanto triste: hai bisogno di cingerti a qualcosa, qualcuno, per non sentire il freddo lambirti. Nella tua consapevolezza, esso porta a galla ogni sentimento più autentico e spontaneo, lasciato a lungo accatastato in un angolo dell’anima. Ripristina la necessità di amore e rinnova l’indescrivibile bellezza di quello più intimo e primitivo, quello più puro e genuino.

L’autunno è una stagione struggente: il bello del degrado – la caduta dell’estate, il crollo delle frivolezze, la minaccia, feroce, del gelo – il senso di solitudine e di insignificanza di fronte alla veemenza dei suoi colori smorti e della sua efferata inquietudine – la necessità, estrema, di amare, il bisogno irrefrenabile di costruirsi e vivere intensamente una felicità composta da cose semplicissime e vere, giusto per proteggersi nel modo più sicuro dalla bestialità che la Natura diviene in questi mesi – Natura che finalmente può scatenarsi in ciò che realmente è, essendo dovuta rimanere docile negli ultimi tempi.

Serate preziose, a casa, nella visione di un film delizioso, sotto le coperte, al fianco di chi ami, e possibilmente anche al fianco di un caminetto acceso, con una tazza di cioccolata fumante sulle gambe a intiepidire il tutto.

L’autunno è il ritorno all’essenza più vera di ogni singola cosa del creato: l’uomo, spogliatosi del sopore della propria coscienza, può essere in grado di riconoscere di essere in realtà fragile e solo, smarrito come un insulso granello di polvere nell’immane magnificenza della Natura, sua madre maligna fine solamente a se stessa, e di aver pertanto bisogno di tornare umile e solidale con qualsiasi altro singolo elemento esistente per sopravvivere alla sua fisiologica, stupefacente crudeltà. Per questo l’Autunno è bellissimo. Perché è sublime: “l’orrendo che affascina“, che “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire” (E. Burke).

Il Sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.” (dall’opera “Del Sublime”, Anonimo – trad. G. Guidorizzi)

Accoccolato sulla poltroncina ed assonnato, il micio sospira, affievolendo il brontolio delle fusa.

«C’è qualcosa nell’arte, come nella natura, del resto, che ci rassicura, e qualcosa che invece ci tormenta, ci turba. Ci rassicura un prato verde pieno di fiori, un cielo azzurro senza nuvole; ci turba l’immobilità di un lago, la violenza di una tempesta. Ci placa la bellezza di una statua greca – di Fidia, la Venere di Milo…; ci sgomenta l’uomo di Friedrich, solo, dinanzi all’immensità del mare. Due sentimenti eterni, in perenna lotta: la ricerca dell’ordine e il fascino del caos. Dentro questa lotta abita l’uomo. Lì ci siamo noi. Tutti. Ordine e disordine. Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo: la vera forma di tutto ciò che è fuori di noi, come tutto ciò che è dentro di noi, è per gli uomini un eterno mistero. L’incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza. Ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al Caos. Ma quando ci accorgiamo del divario che c’è tra noi e il mondo, tra noi e noi, tra noi e Dio, allora scopriamo che possiamo ancora provare stupore. Che possiamo gettare uno sguardo intorno a noi come se fossimo davvero capaci di vedere per la prima volta.» (dal film “Il rosso e il blu”)

Sorrido, intrisa da questo sconcertante incanto.

Pubblicato in: Pensieri, Piccolezze, Poesie

Al Mare

Poetiche descrizioni su colori striscianti
Ho il cuore avvolto in un manto di nebbia
Fa silenzio, la spiaggia, solo le onde mormorano
È la mia mestizia
Un pianto che scende e che inonda
questo cielo sempre stato di carta
La carne è frale, e questo cielo è carne – quella della mia alma
Tra un poco l’ombra mi lambirà – ma la verità è che già mi ha deglutita

Sono venuta al mare, oggi. Eccomi qui. Lo contemplo. È bello. Odora di qualcosa di meraviglioso, che non è salsedine, no, è qualcosa che è storia, dolore, malinconia, tristezza, bellezza. Preserva qualcosa, in sé, questo lago di fruscio, tace una verità, o una bugia. Chissà. Un qualcosa di inconfessabile. Un pianto. Probabilmente il mio. Raccoglie le anime e le storie, e le intride di sé, il Mare,
cancellandole.
Per questo fa gola ad ogni Artista, il Mare. Perché è diabolicamente ammaliante, di un fascino avvincente e sconvolgente tanto da essere impenetrabile. Ti lascia scivolare nel suo grembo, con spietata dolcezza, piano, senza incrinare o sporcare la sua bellezza. E finisce così. Ti finisce così. Il Mare è inizio e fine di te. Tu lo cerchi ovunque, perché cerchi te. Hai bisogno di un senso, di un significato qualsiasi che riempia il vuoto – quello che irrimediabilmente hai.

Immagine
Son venuta al mare, qui, oggi. È una bella creatura. La più bella. Il vento sciacqua le mie chiome ribelli. La solitudine mi ammanta. Come la nebbia le braccia cadenti di quelle colline là in fondo.

Cos’è la Vita, oh Mare? La domanda? La risposta? Tu lo sai: tu lo sei.
Sei maledettamente bello, Mare. Tu non cerchi un senso, tu ti limiti ad esistere, estate od inverno, sempre e comunque, sempre così, e stai bene, non soffri, non piangi. Sei tutto e niente. Cerco di capire te perché cerco di capire me. Il senso che non c’è.
Un gabbiano ti sfiora mentre un dolore mi logora

Se qualcuno mi chiedesse “Cosa vuoi fare da grande?”, “Il Mare” risponderei. Perché il Mare non ha la fatica di essere. È, e basta.
Voglio essere mare. Perché non voglio essere.

Io scrivo d’estate. D’estate il Mare mi strascica nel suo ventre abissale e mozzafiato. Senza dire una parola. Perché scrivere, o fare Arte, è come amarsi: godi. Lentamente. Un piacere pesante, atroce. Perché quel piacere non è che uno sprofondare nel tuo stesso dolore.

Pubblicato in: Pensieri

La melodia dell’inquietudine

Ogni volta che odo questa melodia, io piango. Perché ella si muove, sinuosa, come la mia inquietudine – lo stesso ritmico, ipnotico e disarmante sciabordio, la stessa melanconia caparbia, che velata e silente innerva un qualcosa all’apparenza quieto, spensierato e leggero.

E’ questa, la mia melodia. Ovvero quella di una terra – la mia madre terra – un tormento dolce, affidato ad un popolo – il mio – che con saggezza lo accolse, e fu in grado di trascinarlo sino ad un cielo – un cielo qualsiasi – terso, stropicciato e gettato – e che tuttora, su carcasse opulente di nubi selvagge, giace.

Pubblicato in: Pensieri, Piccolezze

Due ragazzette

Due ragazzette si son avvicinate, camminavano con la borsetta, cercavano di atteggiarsi come donne adulte, facevano domande mature. Ma poi non hanno resistito alla voglia di giocare. Avevano 12 anni. Ecco, in pratica ho preso parte ad un progetto veramente simpatico: consisteva nel giocare con i bambini, i quali dovevano armarsi di pupazzo e portarlo da noi studenti di Medicina per curarlo nei diversi reparti da noi stessi appositamente allestiti. L’iniziativa era finalizzata proprio a smontare le inquietudini che i più piccoli nutrono nei confronti dell’ambiente sanitario. Confidando nelle mie disabilità sociali, ho temuto gli esiti più catastrofici. E invece no, è andato tutto a buon fine, tutto diversamente da come mi aspettavo: ne sono rimasta semplicemente entusiasta. Accalappiavo bambini di qua e di là, riuscivo a coinvolgere anche quelli più chiusi, sentendomi trionfante e fiera di ciò. Mi sono schiusa celermente, trovandomi a mio agio: ero con altre persone e mi trovavo bene, in armonia con tutto, il che è un fatto veramente eccezionale, per me. Tuttora il benessere non si è diradato, ce l’ho addosso e mi sento benissimo, appagata ed inspiegabilmente energica. Ci ho pensato un po’ su ed ancora ci penso. Ho notato che con i bambini sono quasi sempre a mio agio: capisco i loro desideri, mi adatto alla loro immaginazione, assecondo la loro fantasia. Mi piace, mi va bene così. E forse ho pensato che sono troppo infantile (nel senso positivo del termine, fanciullesca) per interagire in una società cinica e degradata quale quella degli adulti. E penso anche che sia un vero peccato, il fatto che veniamo al mondo puri e ci deterioriamo strada facendo. Da piccoli abbiamo tutto con niente e da grandi non abbiamo niente con tutto. Per questo nasciamo felici e moriamo tristi.

Due ragazzette si son avvicinate, camminavano con la borsetta, cercavano di atteggiarsi come donne adulte, facevano domande mature. Ma poi non hanno resistito alla voglia di giocare. Avevano 12 anni. Mi hanno intenerita forse più loro di qualunque altro bimbo. Perché alla fine ognuno di noi finisce con l’essere una di quelle due ragazzine: si sforza di essere una persona rispettabile ed onorevole dinanzi ai propri simili, ristagnandosi in uno stato di apatia imprescindibile, ma alla fine finisce sempre col cedere alla tenerezza più intima dinanzi alla bellezza più innocente, regredendo ad uno stadio di felicità primordiale che aveva accatastato in un angolo di memoria.

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Pubblicato in: Conversazioni, Pensieri, Piccolezze

Umano, troppo umano

Sei innamorato, che carino! Cuore da ingegnere, cuore da ingegnere… Seh! Non sarà Ingegneria a raffreddare te ma sarai tu a scaldare Ingegneria!

Te l’ho detto che ancora mi deve uscire, questo cuore… Sarò un ingegnere diverso dagli altri.

Il lato artistico che di te ho sempre cercato!

Questo è un lato umano, non artistico.

Per me “artistico” è quello. “Poesia” è pure questo, sì, umanità, sensibilità. O comunque qualsiasi cosa renda umani. Almeno credo.

Quindi per te uno che non scrive poesie o che comunque non è poetico è meno umano di uno che scrive poesie?

Precisamente. Uno che non è poetico non è umano. Ma nel senso: uno che non trova meraviglia in nulla. Tipo, pure una persona che fa contabilità può essere poetica in base a ciò che di meraviglioso percepisce in essa. “Umano” nel senso di “sensibile” e “filantropico”, ma soprattutto nel senso di “sensibile” e “fragile”.

Tutte le persone sono fragili.statua-venere-luce

Be’, sì, hai ragione. Gli esseri umani sono esseri fragili, sia se si muovono nel bene che nel male. Io intendevo “nel bene” quando ho detto “fragili”, nel senso di “non nuocere a nessuno e addolorarsi per il dolore degli altri”.

Ma “degli altri” “indistintamente” o “degli altri” nel senso di “degli altri a cui sono legato”?

Indistintamente.

Allora io sono umano!

Io ho sempre saputo che tu lo fossi, anche se lo nascondevi. Era questo ciò che di te cercavo. E volevo vederlo coi miei occhi e toccarlo con le mie mani.