Pubblicato in: Amore, Piccolezze

La vita ai tempi degli esami

Finisco di sorseggiare ciò che rimane del mio scuro e dolce caffè. Mi alzo dalla sedia, mi sgranchisco le ginocchia, ripongo una carezza sulla grigia testolina di Damasco, stravaccato sulla tiepida cenere del camino, che ancora rumina i rimasugli del fuoco di ieri sera; freme nel suo torpore profondo, il micio, biascicando un rauco miagolio. Forse dovresti sgranchirti la voce anche tu, Dami.

Mi dirigo in bagno, mi infilo sotto una doccia calda e calmante. L’acqua scorre e scroscia, tampona ogni pensiero rumoroso, mi lava di dosso la notte residua.

Penso alla lezione di anatomia da concludere, penso che ci dovrò lavorare un po’, perché il prof non è stato per niente chiaro. Ed è una parte importante, su cui non si può trangugiare. Che prima o poi frutterà delle soddisfazioni. Mi verrà un colpo di genio, scoprirò qualcosa di strabiliante a riguardo, ci scriverò su una relazione, un articolo, un saggio, qualcosa, insomma, lo consegnerò al prof in persona, il quale potrà reagire in diversi modi: deridendomi, accogliendo la mia opera per cestinarla immediatamente dopo, o accogliendo la mia opera, rispettandola con cura e ricontattandomi tempo dopo per complimentarsi. Tra tutte e tre, preferisco immaginarmi nell’ultima: mi farà entrare nel suo team, a fare esperimenti per comprendere meglio il cervello umano, direzione Nobel! Eh, è davvero bello sognare, eh ragazza mia?!

Il profumo di bagnoschiuma si srotola per la stanza, mentre il vapore si addensa sulle pareti e una canzone di Brunori Sas s’infonde in ogni angolo. Mi piace la sua voce, profonda e suadente, pregna di una malinconia delicata, che non turba, no, ma lascia una patina di dolcezza su ogni piccola cosa che decanta. Ascolto la soavissima “Maddalena e Madonna”.

E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Eh, ragazza mia, stai pensando che ci dovrai parlare, ve’? Così non può continuare, così non ha proprio senso, ed è un vero peccato, lo sai. Magari ti stai solo fraintendendo, e fraintendere è la tua specialità, ma devi provarci, lo sai. Ci stai pensando già da un po’, e più ci pensi, meno riuscirai a tenertelo: ti sfuggirà dalle piccole e carnose labbra senza che tu te ne accorga, e a quel punto vorrai solo sprofondare tra le braccia di Lucifero. Glielo dirai, te lo prometti. Davanti ad una cioccolata calda, magari. Anzi no, meglio se durante una passeggiata, ché ti rilassi di più e ragioni meglio. Perché il bene che vi volete rischia di essere troppo, quasi incontenibile. Un bene al di là del semplice affetto, che sfiora qualcosa di molto più grande e complesso. Questo è il dubbio, questo il sospetto che ti sta corroborando già da un po’. Cosa siete l’uno per l’altra? Hai bisogno di capire, perché non ci stai più capendo nulla di tutto ciò. Se va bene, sarai contenta, o felice, non lo sai, ancora; male che vada, ti piangerà il cuore, e poi passerà, come ogni altro dolore. E, pensando al principio di questo singolare rapporto, ti stupisci di come il mero caso possa essere il germoglio di querce incredibili.

Un bacio, un errore, non restarci male, ti voglio bene, ma è meglio di no. E notti da frate indovino, a sputare il destino in fondo a un caffè, come un moscerino che affoga nel vino cercando un profumo che altrove non c’è: profumo di te, Maddalena e Madonna, ogni tanto ritorna la mia voglia di averti ancora… E c’era l’amore, che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino era solo per te… Che scrivevo cazzate su un foglio a quadretti e canzoni in barrè…

Linda e profumata, entro nella mia stanzetta incasinata. Il telefono è lì, abbandonato sulla scrivania, accanto ai libri e gli appunti, che tacciano, rimboccati dalla copertina del loro raccoglitore.

Ragazza mia, non arriverai mai preparata per il 12. E va be’, chissene, ci sta l’appello successivo, tanto!

Prendo posto sulla mia seggiola, pronta ad una boccata di neuroanatomia. Non ci vuole molto, ed è subito come dover disinnescare una bomba, ma la bomba non c’è, c’è solo questo orologio che non la pianta di ticchettare.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Ogni secondo che passa è un boato, un sordo precipitare nel fondo di questo concetto che non stai capendo. Non si può capire. Ti è capitato tra le mani sfogliando gli appunti, si è intorpidito leggendo il libro. Che cavolo vuole insinuare!? Ti metti a mobilitare mezza facoltà per chiedere che ti venga sbrigliato, ma tutti si trovano agonizzanti sulla tua stessa barca.

Tic-tac, tic-tac.

Tic. Tac.

Muoviti, cervello, muoviti! Devi capirlo, accidenti!, tra un poco arriva l’esame e non avrò ancora finito il resto!

Tic-tac.

Muoviti, cervello, muoviti o la bomba esploderà!

Tic.

Tac.

All’improvviso, Damasco sbuca silenziosamente, lo sguardo sempre soporifero, bofonchia sempre un rauco miagolio. Non te la sei sgranchita la voce, eh, Dami? Va bene, resta pure, non mi dai fastidio, anzi.

Il micio salta su di me, accoccolandosi tra le cosce. Vibra sotto rassicuranti fusa. Certo che a te basta un paio di gambe od un caminetto per sentirti completo ed in pace col mondo, eh?!

 

Annunci
Pubblicato in: Piccolezze

In bocca al lupo!

Io non mi scorderò mai della volta in cui tornai nella mia cittadina universitaria a gennaio, l’anno scorso. Fu un trauma.

Ricordo che pioveva a dirotto, e avevo quella valigiona da trascinarmi appresso, e dovevo raggiungere casa, in via Chieti, in quel quartiere sperduto e scordato anche da Dio, rigorosamente a piedi, forse perché non me la sentivo di restarmene un’altra oretta in stazione nella speranza che un pullman passasse.

Ci sarebbe stato un esame tra due giorni ed io mi sentivo del tutto impreparata, il che non faceva altro che infondermi una amichevolissima ventata d’ansia, addizionata ad un naturale senso di malessere che cominciava a germogliare nei miei visceri più profondi.

Cominciai ad addentrarmi lungo quel marciapiede grigio e sporco di fango, al cui fianco le auto sfrecciavano noncuranti, che non facevano altro che rinnovare il mio senso di solitudine e sfiga cosmica. Più proseguivo più mi bagnavo, in quella città sconosciuta, in cui avevo scelto di abbandonarmi al mio destino, in cui avrei dovuto vedermela a mani nude con ogni mio problema.

Ogni tanto dovevo fermarmi per alternare braccio, poiché mi sentivo letteralmente staccare quello che serrava il manico di quel frigorifero farcito di vestiti e viveri. La cosa non solo mi rallentava e m’inzuppava di pioggia e nervosismo, ma mi stremava, anche psicologicamente, persuadendomi che mai sarei giunta a destinazione.

Dopo un’ingente quantità di tempo, con sollievo arrivai a casa, infracidata ed esausta.

Era buio pesto, dentro, poiché le coinquiline presenti avevano serrato ogni persiana per evitare entrassero spifferi e si trattenesse meglio il calore. Cercai l’interruttore della luce e lo pigiai: a terra mi accolse un porcile orripilante. Mi chiesi da quanto tempo non si pulisse quello schifo e pensai che ci avrei dovuto pensare io, a questo punto. Feci finta di nulla, tuttavia, e salutai: mi rispose Ramona, dal piano di sopra, con la freddezza e la sufficienza di sempre. Le chiesi se avesse già pranzato e mi rispose seccamente di sì; le chiesi dove fosse Nadia e mi rispose che era andata a lezione. Bene, avrei mangiato con la stessa solitudine con cui avevo camminato sinora. Il solo pensarlo mi serrava lo stomaco, facendomi passare ogni voglia di addentare anche un solo boccone. E va be’, pazienza… Mi sarei scaldata quelle secche e fredde polpette che mamma mi aveva amorevolmente preparato la sera prima, già pregustando il loro intenso sapore di tristezza e nostalgia. Ora però dovevo far fronte ad una priorità, perché avevo urgenza di andare in bagno.

Scaricai i miei bagagli in stanza e mi ci fiondai. A questo punto, l’orrore mi ghiacciò e preferii tornare indietro, sinceramente provata: il water mi sorprese sporco, ma proprio lercio fino alla nausea. Tra me e me, me la presi a morte con quella stronza di Ramona, la cui stanza era al mio stesso piano, ed era per ciò lei l’imputata più probabile, mentre Nadia, invece, dormiva su. Ancora non ho imparato a dire le cose in faccia alla gente, soprattutto a quella che non conosco o che comunque mi trasmette un forte disagio. E con Ramona provavo un senso d’inadeguatezza fortissimo, quindi non sarei mai andata a lamentarmici, per quanto la cosa mi avesse toccata. Forse fu anche questo uno dei motivi per il quale venni inconsciamente scoraggiata a costruire un buon rapporto di amicizia con costei. Insomma, scelsi di non dirle nulla, e che avrei aspettato che se ne accorgesse da sola e che da sola rimediasse. Perché dovevo pulire io la merda di qualcun altro?! Non sono l’idiota di turno! Prima o poi, tanto, sarebbe rientrata e se ne sarebbe accorta, provvedendo subito a correggere il misfatto, con vergogna e pentimento. Me la immaginavo con gusto mentre mi bussava timidamente alla porta della stanza, e che, aprendola, me la ritrovavo in ginocchio a scusarsi, ed io che, poggiandole la mano sul capo chino, con un ghigno di trionfo le dicevo che l’avevo perdonata e che non era successo nulla.

Mi sentivo sola e triste fino all’angoscia.

Trovai sul letto il pensierino che aveva lasciato a tutte noi Ilenia, la coinquilina che se ne era andata via a dicembre avendo concluso il suo ciclo di studi: un portachiavi con un cioccolatino allegato. Mi commossi: non me la sarei mai aspettata! Le scrissi un messaggio. Guardai la data di scadenza del dolcetto, notai che ormai non era più buono e a malincuore lo buttai. Mi accorsi che nel salone mancava anche il televisore e tante altre cose sue con cui ero convissuta e che avevano riempito le nostre giornate. Mi sentivo il cuore in singhiozzi: mi ero affezionata ad Ilenia. Era davvero una brava ragazza, se non la mia prima, esemplare coinquilina, la persona che asciugò le mie primissime lacrime di lontananza. Quello stesso giorno seppi pure che non avrei nemmeno più rivisto Cecilia, un’altra coinquilina con cui avevo legato molto, perché aveva scelto di cambiare il suo percorso formativo. Mi stava molto simpatica, era divertente, un personaggio. Ci restai veramente male, insomma.

Più tardi, sentii Ramona scendere dal piano di su, in cui si apprestava a studiare, e dirigersi in bagno. Aspettai di sentire il rumore dello sciacquone ed i suoi passi risalire le scale, dopodiché, con mia grande gioia, ci rientrai anche io: tutto era rimasto come l’avevo lasciato io. La mandai a quel paese, ed imprecando e interrogandomi su quali fossero i problemi che affliggono certe persone, presi un disinfettante e risolsi con molto disgusto e tanta rabbia la cosa.

Fu davvero scioccante, quel giorno buio e freddo in tutti i sensi. Posso ancora respirarne la solitudine e palparne l’angoscia. Perciò ogni volta che devo prendere il treno per l’università, sento ancora il cuore spezzarsi. Spero non capiti più qualcosa di simile, e di non incrociare mai più, o quantomeno per brevissimo tempo, il cammino di gente così.

Ed ora fatti coraggio, ragazza mia: il ritorno incombe…

Pubblicato in: Piccolezze

Cose così

La Socia mi ha ricordato che è un bel po’ che non mi faccio sentire sul blog ed ha ragione.

Non ricordo più di quand’è l’ultimo post pubblicato da me, di sicuro sarà stato prima delle vacanze, prima che le incombenze mi assorbissero completamente durante il lunghissimo settembre. Adesso riprendo il passo con tutto il resto; per fortuna almeno il blog è in buone mani anche senza di me.

Dunque, riprendiamo il filo? Beh, che dire? Vacanze ottime come sempre, settembre pessimo come sempre, ottobre speranzoso di buone nuove come sempre.

Stamattina c’era la nebbia, la prima della stagione, e sempre quando arriva mi mette addosso un po’ di malinconia. E’ quella malinconia dolce, che ti fa venire in bocca il sapore delle caldarroste, ti fa sentire sulla pelle il teporino del plaid quando ti stendi sul divano, respiri nel naso i pizzichi dell’aria frizzante di primo freddo. La aspettavo questa malinconia, aspettavo ottobre che la porta con sé, il tempo che rallenta, il corpo che si adegua.

 Guardo il cielo fuori dalla finestra, non c’è sole, non ci sono nuvole, solo il grigio uniforme che illumina con discrezione.

Ecco, per me adesso è così: il tempo fermo, il cielo delicato, l’aria in bilico tra la malinconia e la sonnolenza. Tra un po’ si ricomincerà a correre, come sempre. Ma adesso no, si fa con calma. E cerco di godermela.

Ben ritrovati.

M.

Pubblicato in: Conversazioni, Piccolezze

“Su”

«Sai, Norbert, non credo più di andarci, a Cardiff.»

«Melvyn, io, naturalmente, come puoi ben immaginare, ti avrei detto di restare a Musselburgh ma esclusivamente per questioni affettive del tutto egoistiche; però, poiché le persone non sono di propria proprietà e ognuno ha la sua vita da costruirsi, naturalmente non t’ho potuto dire nulla del genere, provando invece ad esortarti a prendere questa scelta, consapevole che ti avrebbe reso un po’ più felice e consapevole che è quasi da sempre stato un tuo desiderio. Sentire che non crederesti più d’andarci mi conforta un po’, ma, insomma, obiettivamente la trovo una decisione piuttosto incompatibile con te stesso: cosa è successo?»

«Ho chiamato Sawyer e mi ha messo un po’ paura: a parte il trovare casa, che è difficile e son perlopiù catapecchie, dovrei recuperare quasi tutta Anatomia I, perché là fanno anche i vasi, il cuore e il digerente coi vetrini. M’ha detto che se all’esame non sai riconoscerli, ti bocciano. Insomma, dovrei farmeli da solo e non so se ne sarei capace. Non ho molta fiducia nelle mie capacità, ecco. Inoltre i tempi son strettissimi, e mi dispiacerebbe per tutti i soldi che farei perdere di nuovo ai miei per andare così alla cieca. Almeno, ormai, Musselburgh la conosco, ci siete voi e posso stare bene. Anche a Cardiff starei lontano da casa e non ho idea di come potrebbe essere. In poche parole, sto optando per la strada più facile, anche se, forse, me ne pentirò. Infatti ero già in partenza per Musselburgh con l’anima in pace, sapendo di non dovermi fare il sangue amaro per ogni cosa che non va giù, ma accettare e fare del mio e basta. Praticamente pensavo di aver trovato il mio equilibrio…»

«Bene, capisco… L’importante è questo, che tu stia bene con te stesso! E poi, Melvyn, non è detto che te ne pentirai. Dobbiamo puntare tutto su noi stessi: io guardo Eliott, lo prendo come modello.
Secondo il mio modesto parere, ciò che conterà veramente nella nostra carriera sarà: della magistrale lo studio e della specializzazione il tirocinio. Insomma, ciò che voglio dirti è che adesso l’importante è studiare, poi, ai test della specializzazione, le cose cambieranno e potrai mirare ad un posto diverso.
Noi abbiamo professori eccellenti, e ne verranno ancora di altrettanti; i deficit della didattica, quelli, ce li colmiamo con le nostre stesse mani. Guarda Eliott: studiando a Musselburgh, da solo, poteva permettersi di entrare ovunque avesse voluto, università dell’Inghilterra comprese.
Sai, spesso le mie certezze si sgretolano, e questo è uno di quei periodi. Allora oggi ho ripensato al perché ho cominciato questa follia: mi son ricordato che voglio approfondire le neuroscienze, ed una strada possibile è la neuropsichiatria. So che uno tra i centri migliori è a Oxford, per cui oggi mi son ricreduto e il mio obiettivo, almeno ora, è laurearmi nel minor tempo possibile ma nel migliore dei modi e cercare di accedere a Neuropsichiatria proprio lì. E sai che ti dico? A me, alla fine, la Scozia piace: ha un panorama che a casa mia non posso permettermi, quel mare denso e scuro, quel verde delle colline irripetibile, che mangia gli occhi. È tranquilla, la gente solidale, fraterna, buona.
L’altro giorno in rete ho per caso letto una risposta alla domanda “Cosa è per te la Scozia?”, che mi ha colpito: “Sherlock Holmes, Loch Ness e Tennent’s”. Mi è piaciuta un sacco, ci ho trovato un non so che di poetico che mi ha incantato, un fascino arcano che non so spiegare… Come lo stesso fascino di un testo dei Velvet Underground…
Una volta te l’ho detto in bus: le cose belle ci sono, ma bisogna cercarle, e trovarle, perché non vengono da sé, restano nascoste per non farsi infettare dall’orrido in cui sono ineluttabilmente immerse.»

«Grazie Norbert! Hai ragione, devo solo mettermi nell’ottica di stare bene e starò già meglio! E se mi scoraggio, tu dimmi “Su”»

Pubblicato in: Amore, Pensieri, Piccolezze, Poesie

Autunno

Di tanto in tanto il cielo si crepa in una fessura abbagliante, si fracassa in schegge di deflagrazione. Nel giardino folto di frasche, si sfalda e batte le foglie, che sui ramoscelli tentennano incerte.

Mi avvoltolo tra le lenzuola di lino fiorate della nonna: avvolgente è il loro odore morbido e pungente, odore di fresco e pulito, odore di nonna. Il freddo mordicchia la punta del naso che sporge. Mi stringo un po’ più in questo letto, assaporandone con gusto la delicatezza e il tepore. La stanza è semibuia, solo la luce azzurrina della lampada sul comodino riverbera tra le pareti verdi, cosparse di disegni e poesie, inondante dal soffuso e confortante scroscio della pioggia, ammorbidite dall’effluvio selvaggio ed irresistibile di terra bagnata che cola dalla finestra lasciata socchiusa.

Fuori, all’orizzonte, su un argenteo mare rabbioso, drappi di pioggia sfumeranno le nubi livide in rivoli d’ombra opaca. E tra i viali, vuoti, zuppi e rossicci, come un’ombra s’aggirerà silenziosa la malinconia.

L’Autunno s’incammina nei sentieri sterrati dell’anima, dolcemente, facendosi largo tra le passioni con la gentilezza di un galantuomo. La sua dolcezza ricolma ogni cosa, facendola brillare di un’emozione travolgente e misteriosa.

L’autunno è una stagione romantica in quanto triste: hai bisogno di cingerti a qualcosa, qualcuno, per non sentire il freddo lambirti. Nella tua consapevolezza, esso porta a galla ogni sentimento più autentico e spontaneo, lasciato a lungo accatastato in un angolo dell’anima. Ripristina la necessità di amore e rinnova l’indescrivibile bellezza di quello più intimo e primitivo, quello più puro e genuino.

L’autunno è una stagione struggente: il bello del degrado – la caduta dell’estate, il crollo delle frivolezze, la minaccia, feroce, del gelo – il senso di solitudine e di insignificanza di fronte alla veemenza dei suoi colori smorti e della sua efferata inquietudine – la necessità, estrema, di amare, il bisogno irrefrenabile di costruirsi e vivere intensamente una felicità composta da cose semplicissime e vere, giusto per proteggersi nel modo più sicuro dalla bestialità che la Natura diviene in questi mesi – Natura che finalmente può scatenarsi in ciò che realmente è, essendo dovuta rimanere docile negli ultimi tempi.

Serate preziose, a casa, nella visione di un film delizioso, sotto le coperte, al fianco di chi ami, e possibilmente anche al fianco di un caminetto acceso, con una tazza di cioccolata fumante sulle gambe a intiepidire il tutto.

L’autunno è il ritorno all’essenza più vera di ogni singola cosa del creato: l’uomo, spogliatosi del sopore della propria coscienza, può essere in grado di riconoscere di essere in realtà fragile e solo, smarrito come un insulso granello di polvere nell’immane magnificenza della Natura, sua madre maligna fine solamente a se stessa, e di aver pertanto bisogno di tornare umile e solidale con qualsiasi altro singolo elemento esistente per sopravvivere alla sua fisiologica, stupefacente crudeltà. Per questo l’Autunno è bellissimo. Perché è sublime: “l’orrendo che affascina“, che “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire” (E. Burke).

Il Sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione, ma all’estasi: perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.” (dall’opera “Del Sublime”, Anonimo – trad. G. Guidorizzi)

Accoccolato sulla poltroncina ed assonnato, il micio sospira, affievolendo il brontolio delle fusa.

«C’è qualcosa nell’arte, come nella natura, del resto, che ci rassicura, e qualcosa che invece ci tormenta, ci turba. Ci rassicura un prato verde pieno di fiori, un cielo azzurro senza nuvole; ci turba l’immobilità di un lago, la violenza di una tempesta. Ci placa la bellezza di una statua greca – di Fidia, la Venere di Milo…; ci sgomenta l’uomo di Friedrich, solo, dinanzi all’immensità del mare. Due sentimenti eterni, in perenna lotta: la ricerca dell’ordine e il fascino del caos. Dentro questa lotta abita l’uomo. Lì ci siamo noi. Tutti. Ordine e disordine. Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo: la vera forma di tutto ciò che è fuori di noi, come tutto ciò che è dentro di noi, è per gli uomini un eterno mistero. L’incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza. Ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al Caos. Ma quando ci accorgiamo del divario che c’è tra noi e il mondo, tra noi e noi, tra noi e Dio, allora scopriamo che possiamo ancora provare stupore. Che possiamo gettare uno sguardo intorno a noi come se fossimo davvero capaci di vedere per la prima volta.» (dal film “Il rosso e il blu”)

Sorrido, intrisa da questo sconcertante incanto.

Pubblicato in: Piccolezze

quasi pronta !

Dai che domani è Venerdì!!!

V E N E R D I ‘

me l’hanno detto tutti stamattina, tieni duro che domani è venerdì! Resisti che domani è venerdì! Sanno che poche volte all’anno i miei venerdì sono così carichi di aspettative.

Eh sì, perchè finalmente finisce la settimana, finalmente cominciano le ferie, finalmente farò le valigie, finalmente ritroverò la mia famiglia, finalmente mamma si sfogherà in cucina e cercherà di farmi prendere quei 10/15 kg che secondo lei mancano sul mio corpicino, finalmente rivedrò il mio amato mare.

Tanti finalmente che si sono accumulati nel corso dei mesi e tra pochi giorni troveranno il giusto sfogo.

Le vacanze in agosto sono spesso più faticose del lavoro (se see, come no!) ma faccio volentieri il sacrificio. Preparo quattro cose e scappo.

Buone ferie a tutti

M.

 

 

 

 

Pubblicato in: Pensieri, Piccolezze, Poesie

Al Mare

Poetiche descrizioni su colori striscianti
Ho il cuore avvolto in un manto di nebbia
Fa silenzio, la spiaggia, solo le onde mormorano
È la mia mestizia
Un pianto che scende e che inonda
questo cielo sempre stato di carta
La carne è frale, e questo cielo è carne – quella della mia alma
Tra un poco l’ombra mi lambirà – ma la verità è che già mi ha deglutita

Sono venuta al mare, oggi. Eccomi qui. Lo contemplo. È bello. Odora di qualcosa di meraviglioso, che non è salsedine, no, è qualcosa che è storia, dolore, malinconia, tristezza, bellezza. Preserva qualcosa, in sé, questo lago di fruscio, tace una verità, o una bugia. Chissà. Un qualcosa di inconfessabile. Un pianto. Probabilmente il mio. Raccoglie le anime e le storie, e le intride di sé, il Mare,
cancellandole.
Per questo fa gola ad ogni Artista, il Mare. Perché è diabolicamente ammaliante, di un fascino avvincente e sconvolgente tanto da essere impenetrabile. Ti lascia scivolare nel suo grembo, con spietata dolcezza, piano, senza incrinare o sporcare la sua bellezza. E finisce così. Ti finisce così. Il Mare è inizio e fine di te. Tu lo cerchi ovunque, perché cerchi te. Hai bisogno di un senso, di un significato qualsiasi che riempia il vuoto – quello che irrimediabilmente hai.

Immagine
Son venuta al mare, qui, oggi. È una bella creatura. La più bella. Il vento sciacqua le mie chiome ribelli. La solitudine mi ammanta. Come la nebbia le braccia cadenti di quelle colline là in fondo.

Cos’è la Vita, oh Mare? La domanda? La risposta? Tu lo sai: tu lo sei.
Sei maledettamente bello, Mare. Tu non cerchi un senso, tu ti limiti ad esistere, estate od inverno, sempre e comunque, sempre così, e stai bene, non soffri, non piangi. Sei tutto e niente. Cerco di capire te perché cerco di capire me. Il senso che non c’è.
Un gabbiano ti sfiora mentre un dolore mi logora

Se qualcuno mi chiedesse “Cosa vuoi fare da grande?”, “Il Mare” risponderei. Perché il Mare non ha la fatica di essere. È, e basta.
Voglio essere mare. Perché non voglio essere.

Io scrivo d’estate. D’estate il Mare mi strascica nel suo ventre abissale e mozzafiato. Senza dire una parola. Perché scrivere, o fare Arte, è come amarsi: godi. Lentamente. Un piacere pesante, atroce. Perché quel piacere non è che uno sprofondare nel tuo stesso dolore.

Pubblicato in: Piccolezze

il caldo, il lavoro, la vita

Oggi mi ha chiamata un’amica.

Prima mi ha scritto un messaggio: “come stai? posso chiamarti?”

La chiamo io, è una cara amica, ci conosciamo ormai da dodici anni, abbiamo lavorato insieme, ci siamo divertite insieme, ci siamo aiutate durante le difficoltà…

Anche lei vive lontano dalla sua famiglia d’origine e in un certo periodo ci siamo sostenute come sorelle, anche solo al telefono, anche solo con un semplice messaggio… “come va?” solo quello, per dirci che c’eravamo, che se serviva eravamo pronte l’una per l’altra a darsi una mano.

Le nostre vite finora hanno viaggiato quasi in parallelo, un lavoro nella stessa azienda, un matrimonio difficile con una separazione dolorosa, un nuovo amore, una nuova casa, tutto in tempi più o meno vicini…. è un’amicizia sincera, ci diciamo tranquillamente quello che pensiamo, che sia affetto o un rimprovero, come è giusto e come deve essere.

Stamattina ci siamo sentite, era un mesetto che non avevamo contatti.

L’ho chiamata, e lei mi ha semplicemente detto che aveva una bella notizia…. ho capito subito: aspetta un bimbo! Che gioia!

Si perchè la nostra vita va in parallelo anche su questo fronte, il desiderio di un figlio che non arriva mai a compimento, visite, esami e speranze, anche queste condivise da tanto tempo. E finalmente lei ce l’ha fatta! Tra qualche mese il mondo avrà una nuova mamma. Io sono già zia ad honorem, autonominata senza possibilità di replica.

Ma non sono riuscita a trattenermi al telefono, ho pianto, non apertamente, sono i suoi giorni di felicità e deve goderseli tutti. Ma si sentiva che piangevo.

Abbiamo chiuso la telefonata con la promessa di vederci presto e dopo pochi secondi arriva un suo messaggio: “mi dispiace”. Ecco, questa è l’amicizia più vera che potessi sperare, nessun’altro si sarebbe dispiaciuto per la propria felicità.

E’ questo che mi aiuta, nonostante il caldo insopportabile, nonostante il lavoro che per le prossime due settimane mi soffocherà, nonostante il resto della vita che mi affanna, qualcosa c’è…. ogni tanto trovi un angelo che ti fa vedere l’amore più sincero, e basta questo per andare avanti, per tanti altri passi…

M.

 

Pubblicato in: Conversazioni, Piccolezze

“Per esempio a me piace il Sud”

«Voi dovete assumervi la responsabilità del corso di studio che avete scelto. Anche se il professore non vi fa fare il cuore perché non ha tempo, perché gli hanno messo di mezzo le ore dell’Informatica, o non ve lo fa fare perché non ne ha voglia, voi dovete fregarvene, e farlo comunque. Perché un giorno sarete medici, ragazzi.»

Qui all’uni, le cose non filano poi tanto lisce: corsi che saltano, recupero di lezioni ficcato a forza pochi giorni prima del rispettivo esame, discutibili modalità di verifica, contenuti di prove sinceramente insignificanti e ridicoli, segreterie scansafatiche atte solo a disordinarci le giornate assieme ad uffici menefreghisti, e chi più ne ha più ne metta.

«E se vi arriva uno con un infarto, voi non potrete restarvene con le mani in mano perché non avete mai studiato il cuore. Perdete tempo? Vi laureate sei mesi dopo? Chissenefrega! Che problema c’è?! Perché non è importante quando o con quanto vi laureate, ma come vi laureate. Perché se un giorno arriva un paziente e vi dice: “Dottore, io ho male qua.” e quel “là” voi non l’avete mai studiato o l’avete studiato solamente per l’esame, cosa dite? “Embè?”?!

“Ma scusi, lei non è un medico?”

“Certo che lo sono, ho una laurea in Medicina, non vede?”

“Ma io ho male qua!”

“Ecchissenefrega?!”»

Sono in piedi, assieme ad una manciata di colleghi, che lo ascolto, tutti pronti per cambiare aula: tra un po’ comincerà il suo stesso tutorato.

È pomeriggio, quasi sera, a breve il sole si stiracchierà per scivolare dolcemente via sotto il dorso di queste colline annoiate e verdi. Fa caldo, sto sudando, l’atlante di anatomia mi pesa sull’avambraccio, mi sento un po’ scocciata. Continua a leggere ““Per esempio a me piace il Sud””

Pubblicato in: Conversazioni, Piccolezze

Sensibili

Io non sono più abituato a studiare quand’è sera. Per me “studiare” equivale a “usare troppo il cervello” e serve un processore potentissimo per poterlo fare la sera. Il mio processore è tipo quello dei Nokia vecchissimi che non si rompono mai.

Spiegati meglio, perché io pure mi riconosco in ciò che scrivi… Cioè, il tuo cervello non si rompe mai, ed è potentissimo, ma la sera non va più…

No, allora: paragonavo il mio cervello ad un processore. -Sto cercando guide per capire quando un computer è buono, così potrò farmi una mia idea sul prodotto che andrò ad acquistare: mi sembra una cosa giusta.

Ah sì? I processori dei Nokia vecchi fanno schifo? Boh, il mio telefono Nokiavecchio è ‘na bomba. -Ah, stavo per pensare che la guida ti servisse per farti un’idea su come aumentare le prestazioni del tuo encefalo.

Prova a farci partire i giochi che ci sono adesso, sul tuo Nokiavecchio, e vediamo quanto bomba è!

Ah. Io mi schiero lo stesso dalla parte dei vecchi Nokia!

Io da quella dei nuovi Huawei, o dei nuovi LG – non mi vengono in mente altre marche buone.

Io diffido di ciò che non conosco.

Ma se diffidi di ciò che non conosci, come fai a conoscere cose nuove?825332b4ccaacd396ac4af02400750af.jpg

Oh. Non ho una risposta pronta… No, un attimo, ce l’ho: la curiosità verso il nuovo mi sale solo per ciò che recepisco come innocuo. Forse per questo diffido pure delle persone.

E perché le persone non sarebbero innocue? Cosa possono farti?

Ferirmi, immagino. Ferirmi.

Ah. Capisco. Quindi non vuoi sentirti ferita.

Come minimo…

Be’, neanche io. E ti dirò di più: non mi piace neanche ferire gli altri.

Io ti dirò ancora di più: non mi piace ferire gli altri e piuttosto preferisco ferire me. –È che siamo sensibili un po’ più del dovuto.

Io però non volevo esserlo, sensibile un po’ più del dovuto…